Articolo di :

BLAST

Perché la musica ha un effetto così potente sulle nostre emozioni?

Perché la musica ha un effetto così potente sulle nostre emozioni? BLAST

La musica è l’arte che è più vicina alle lacrime e alla memoria. (Oscar Wilde)

Di Stefania Caudana

Per molti è un’esperienza comune quella di sentire una musica e di ricordare un evento, un tempo, di vivere o rivivere un’emozione. Non a caso Oscar Wilde avvicina la musica, più di ogni altra forma di arte, alle emozioni e alla memoria, cioè ai ricordi. Pensiamo che il feto, già nel pancione della mamma, interagisce e risponde ai suoni e alla musica sin dalla sedicesima settimana di gravidanza, portandone memoria e riconoscendola una volta uscito dalla pancia. Ma che cosa è la musica e perché ha effetti così potenti sul cervello e sulle emozioni dell’uomo?   Per musica intendiamo “l’arte di combinare i suoni della voce umana e degli strumenti in modo che producano una melodia per com-muovere la sensibilità, che sia con allegria o con tristezza”. Considerata una, se non la più alta, forma d’arte fin dall’antichità, si tratta di un codice, di un linguaggio universale, presente in tutte le culture e in tutti i tempi della storia dell’umanità. Una piccola ricerca ci porta a scoprire una interessante curiosità: i geroglifici che rappresentavano la parola “musica” erano identici a quelli che rappresentavano gli stati di “allegria” e di “benessere”. Inoltre, in Cina, i due ideogrammi che la rappresentano, significano “divertisti con il suono”, giocare con esso. Ricordo, anni fa, che un’amica neurologa mi raccontò di essersi accorta come una sua paziente affetta da Halzheimer non riuscisse a ricordare pressochè nulla della sua storia, se non attraverso la musica, unico linguaggio e ponte che le permetteva di recuperare e rivivere dei ricordi; ormai diffusi sono gli studi e le ricerche che applicano il campo musicale per trattare tipologie differenti di patologie, come ad esempio l’autismo. Alcune si muovono nel campo della musicoterapia, ma esistono anche progetti in cui professionalità distinte si incontrano: come nel Relational Singing Model – consapevolezza di sé e relazione, una metodologia impostata da Giorgio Guiot, musicista e direttore di coro, e dalla sua associazione Cantabile di Torino, per approfondire i legami tra canto e persona, rivolta a bambini, adolescenti e adulti che si trovano in situazioni di particolari difficoltà relazionale ed emotiva, in un dialogo costante tra canto e psicologia.  Le aree del cervello che si attivano con le emozioni e la musica sono praticamente le stesse: quando le onde della musica penetrano nelle nostre orecchie, il cervello risponde in modo automatico in base al suono, i battiti del cuore si sincronizzano con il ritmo della musica, con il potere di influenzare in modo significativo il nostro funzionamento. Infine non dimentichiamo di considerare l’aspetto fortemente relazionale della musica: capace di attivare emozioni e immagini di una storia vissuta o rappresentata in una dimensione di relazione intrapsichica, capace di unire, facendo sentire l’appartenenza – come dimostrano magistralmente gli adolescenti, che si riconoscono appartenenti ad un gruppo anche in base ai gusti musicali – in una dimensione eterospichica, sociale ed interattiva. Quindi musica come arte, come identità, come relazione, come memoria e ricordi, come emozioni, come gioco e soprattutto suono, originario, ancestrale, profondo: così potente da agganciarsi al corpo e ai suoi linguaggi e da muoverlo.

Bambini in psicoterapia

Bambini in psicoterapia BLAST

Un percorso di psicoterapia può essere di aiuto a un bimbo sofferente e alla sua famiglia? Che cosa è in grado di attivare un processo di cambiamento e perché è possibile che avvenga? Che cosa si modifica nel bambino durante la psicoterapia? Su cosa agisce l’intervento dello psicoterapeuta? Ma, soprattutto, come si può riavviare la crescita psicologica in situazioni bloccate dalla sofferenza cercando, al contempo, di ricollocarla nel più vasto contesto familiare e sociale? A partire dall’esperienza clinica, gli autori – formati nell’Istituto “Alfred Adler” di Torino con la supervisione di Lino Graziano Grandi e Giuseppe Benincasa – suggeriscono percorsi di approfondimento teorico e metodologico utili agli psicoterapeuti dell’infanzia, ai genitori, agli insegnanti e agli educatori per calarsi nel registro espressivo e comunicativo dei bambini al fine di decodificare l’immaginario emergente dalla loro esperienza passata e presente. Al centro sono posti i processi relazionali, sempre inseriti in un contesto sociale e culturale in continua evoluzione, e che hanno origine in componenti di natura corporea ed emotiva.

Casa editrice: Carocci
Autore/i: Anna Maria Bastianini
contributi di : Saveria Barbieri, Giuseppe Benincasa, Maria Dolcimascolo, Natalia Elinoiu, Federica Fella, Stefania Giampaoli, Lino Graziano Grandi, Gian Sandro Lerda, Federica Marabisso, Silvia Mastrogiacomo, Roberto Mirante, Marco Raviola, Barbara Sini

Amore e Psyche

Amore e Psyche BLAST

L’avvicinamento alla conoscenza dell’uomo richiede un approccio in grado di coniugare il rigore della ricerca scientifica alla libertà delle scienze umane, mantenendo la dose di umiltà necessaria per non escludere quelle parti di mistero ed ineffabile che lo accompagnano da sempre. Lino Graziano Grandi aderisce a un tale approccio: pur conservando come riferimento privilegiato la teoria adleriana, si muove attraverso quello che si potrebbe definire un pluralismo epistemologico, rimanendo però saldamente legato a un pragmatismo conoscitivo derivato dall’ambito professionale e di vita che gli consente di pervenire a una creatività di pensiero e azione – posta al servizio psicoterapeutico, analitico, didattico e di supervisione. Attraverso il presente lavoro, se ne vuole rappresentare almeno una parte come apporto al miglioramento dell’esercizio della prassi psicoterapeutica. Un antico adagio recita: chi meno conosce, ha meno bisogno di conoscenza. Si rifugia pertanto nella tecnica; meglio, nel tecnicismo.

Casa editrice: Effatà
Autore: Lino G. Grandi

Se questo è un altro

Se questo è un altro BLAST

Il confronto con l’Altro permette a ciascuno di noi di sentire il vero «se stesso». Ogni essere umano è una mescolanza di insiemi, instabile quando cambia l’insieme di cui fa parte. Originalità e adattamento, convinzioni e confronto, assimilazione e scambio caratterizzano ognuno di noi. Alla luce della sua lunga esperienza nel campo della psicoanalisi e della psicoterapia, in queste pagine Lino G. Grandi «dialoga» con il protagonista del pirandelliano Uno, nessuno, centomila, considerato come una sorta di prototipo di ogni essere umano che accetta di confrontarsi dialetticamente con l’Altro: un confronto che consente di uscire finalmente da se stessi e di accogliere la complessità della vita rinunciando alle proprie convinzioni egocentriche. Fra domande e tentativi di ricerca intorno ai grandi temi dell’esistenza, ne emerge una gamma di riflessioni sulla miseria e sulla nobiltà dell’uomo, declinate anche sul versante del potere, delle relazioni interpersonali e della ricerca di senso. Introduzione di Alberto Sinigaglia.

Casa editrice: Effatà
Autore: Lino G. Grandi

All’Istituto di Psicologia Individuale “Alfred Adler”, l’allievo è al centro del progetto per poter aiutare gli altri

All’Istituto di Psicologia Individuale “Alfred Adler”, l’allievo è al centro del progetto per poter aiutare gli altri BLAST

Una storia che è iniziata nel 1976, ma che in oltre 40 anni ha saputo adeguarsi ai tempi che cambiano

Nel 1976 nasce il Centro Studi di Psicologia Applicata “G.P. Grandi”, come confronto tecnico operativo e momento formativo tra psicologi e medici di respiro europeo. Per accogliere le richieste di consulenza e formazione delle aziende con una modalità più strutturata, viene promosso l’Istituto di Psicologia del Lavoro che da subito inizia a collaborare con Enti ed Aziende pubbliche e private. Si struttura la Scuola di Formazione in Clinica Psicologica, che forma psicoterapeuti, promuove incontri scientifici e culturali, organizza Convegni e Seminari. Nel 1993 assume la denominazione di Scuola Adleriana di Psicoterapia che viene riconosciuta ed equiparata alle Scuole di Specializzazione Universitarie dal MURST, con D.M. del 29/09/1994. Come sintesi dell’attività ormai decennale del Centro Studi di Psicologia Applicata, nasce l’Istituto di Psicologia Individuale “Alfred Adler”. Da anni è anche sede di tirocinio per i neolaureati del corso di laurea in Psicologia.

Dal 2005 un gruppo di psicoterapeuti dell’età evolutiva si riunisce per studiare interventi integrati sia di tipo clinico che socio-ambientale, sui minori e sulle loro famiglie, per far fronte alla costante crescita del disagio psicologico che prende il nome di Sestante. Dal 2014 l’Alfred Adler Institute si specializza ed organizza corsi relativi all’apprendimento di tecniche terapeutiche nelle problematiche delle dipendenze e con 2Search Organizza corsi specifici di Public Speaking per professionisti aziendali e non attraverso tecniche anche teatrali. Infine, nel 2016 nasce l’Associazione Diapason Onlus che si propone di operare specificamente nel campo della terza età, nell’Handicap, in campo educativo e di sostegno ai genitori.

Abbiamo incontrato la dottoressa Stefania Caudana, docente e formatore della Scuola Adleriana di Psicoterapia, referente per i Tirocini Universitari che ripercorre la storia dell’Istituto: “L’Istituto di Psicologia Individuale Alfred Adler nasce da un gruppo di professionisti appassionati, cultori e studiosi della scienza dell’uomo che si incontrava il mercoledì sera, sotto la guida del Prof. Grandi, e che,  nell’ottica di rendere fruibile la psicologia ad un pubblico più ampio, organizzava incontri, conferenze, eventi sul territorio”.

“Dal 1976 ad oggi le cose sono molto cambiate. Per chi volesse immergersi nella weltanschauung  dell’Istituto, è stato pubblicato di recente il libro del professor Grandi L. G. dal titolo “Amore e Psyche”, che raccoglie gli ultimi 20 anni di scritti apparsi sulla rivista ufficiale “Il Sagittario” rivisitati ed organizzati secondo le principali tematiche esistenziali, tipiche dell’incontro che avviene nella stanza di psicoterapia. Un libro consigliato non solo agli “addetti ai lavori” ma anche a chi ama la cultura e la scienza dell’uomo.

Oggi l’Istituto rappresenta un sistema organizzato, che ha all’interno tutta una serie di sotto sistemi, che riguardano l’ambito della Psicologia degli Adulti, della ricerca, della Psicologia Evolutiva, della Psicologia e Religiosa, della Psicologia Giuridica, della Psicologia delle Organizzazioni e naturalmente, come cuore del sistema, la Scuola di specializzazione in Psicoterapia che si occupa della  formazione di coloro che diventeranno i futuri clinici.


A chi si rivolge l’istituto?

“L’istituto accoglie i tirocinanti pre e post lauream. Come li accoglie? Rendendoli da subito attori nelle attività e nei vari progetti in ambito psicologico, mettendoli in grado di progettare con noi gli interventi e di operare con altri gruppi di studio. I tirocinanti vengono costantemente seguiti in un’opera di rivisitazione delle attività alla luce della teoria da un lato, e delle loro caratteristiche personali dall’altro. Questo è il primo step formativo. Dopo questo si passa alla formazione che rappresenta l’eccellenza dell’Istituto: la Scuola di Psicoterapia, condotta dalla dottoressa Di Summa e dal suo gruppo di Docenti e Formatori, una scuola di specializzazione che prevede quattro anni di formazione in cui l’attenzione è rivolta, in un’ottica di integrazione, alla centralità della persona, quindi alla formazione dell’Allievo. È una scuola nella quale si approfondisce e si mette in dialogo la teoria Individual Psicologica con le tecniche cognitivo comportamentali, con i capisaldi del sistema junghiano, con le più recenti scoperte delle neuroscienze e molto altro, proprio per consentire un’integrazione del sapere ed un puntuale collegamento dello stesso con la prassi clinica. Per completare il percorso formativo, dopo i quattro anni della Scuola, è possibile inserirsi  nei  gruppi di formazione permanente, gestiti dal del Prof. Grandi, in cui settimanalmente ci si incontra con l’obiettivo di una rilettura di quello che avviene nella stanza di terapia e nei vari progetti, per rielaborare il tutto di nuovo con un’attenzione centrata su di noi, perchè se non si parte da noi non si può lavorare sugli altri.


Accanto a tutti questi momenti e percorsi formativi ci sono dei master che sono attivati dall’lstituto: in particolare segnalo, a partire da settembre, l’attivazione di un master dedicato al trattamento delle persone affette da disturbi d’ansia, fobie, attacchi di panico e d.o.c.

“C’è un master che si è da poco svolto e che ripartirà presto in una seconda edizione, ed è dedicato al trattamento delle dipendenze, in specifico ai disturbi da cocaina ed alcool. E’ presente un master di specializzazione in psicoterapia dell’infanzia ed in autunno ripartirà il master in neuropsicologia. E poi…c’è una sorpresa e tanti eventi in partenza, per cui vi consiglio di seguirci sul sito e di scoprirli con noi…”

I giovani e il tempo Dal buio della noia alla luce del dono Psicoterapeuta Francesca Di Summa

I giovani e il tempo Dal buio della noia alla luce del dono Psicoterapeuta Francesca Di Summa BLAST

di Francesca Di Summa

La psicoterapeuta Francesca Di Summa, presidente dell’Istituto Adler, interviene ad un corso di formazione degli insegnanti di religione della diocesi di Torino (“I giovani e il tempo. Dal buio della noia alla luce del dono”), direttore del corso Clara Di Mezza per conto del Centro Cattolico di Bioetica. La relatrice è presentata da don Mario Rossino, insegnante presso la Facoltà teologica, che sintetizza i contenuti in alcune parole chiave “nichilismo, senso di vuoto, noia” «frutto di una vita che non è stata benedetta dalle emozioni che possono generare relazioni interpersonali e dare senso alla vita». L’immagine di Galimberti dell’”ospite inquietante” che condiziona la nostra vita è ricondotta al nichilismo. Non lo si può più mettere alla porta, «già da tempo in modo invisibile si aggira per la casa» (Heidegger).

Il nichilismo richiama il concetto di vuoto che a sua volta si collega al vissuto dell’angoscia. La dott. Di Summa nota come in casa si crei una situazione di indifferenza dove «ognuno pensa ai fatti propri». Si sviluppa l’individualismo mentre «ciò che porta benessere è essenzialmente l’attenzione all’altro. Il senso della vita sta nell’accorgersi dei bisogni dell’altro e nel cooperare». Il sentimento sociale funge per Adler da barometro, «se dovessi misurare l’equilibrio psicologico di un individuo»; è presente in potenza in ciascuno di noi anche se non è detto che si sviluppi. A questo punto introduce il tema degli “stili di attaccamento”, «lo sviluppo della nostra mente è strettamente collegato alla relazione con la figura materna».

La dott.ssa Di Summa ha notato una mamma che allattava. «Se sto parlando al cellulare, è difficile che lo sguardo sia posato sul bambino, che lo accarezzi, che mantenga un contatto corporeo, che il corpo sia in una situazione di morbidezza tale da trasmettere calore». «Le emozioni della mamma trasmettono un “regolatore emotivo” che difficilmente viene trasmesso con altre modalità». Definisce la tenerezza materna e paterna come «precursore dello sviluppo del sentimento sociale». Un monito per gli insegnanti, «la comunicazione è relazione, se nella relazione non inserisco un contenuto emotivo, quello che diciamo non ha nessun significato». Il vuoto è mancanza di emozioni, «se quando parlo con qualcuno non provo a mettermi nei panni dell’altro, a farmi carico delle emozioni dell’altro». «Oggi si parla di adolescenti digitalmente modificati, il digitale cambia lo sviluppo del cervello», attiva l’emisfero sinistro. L’emisfero destro «preposto allo sviluppo del simbolico, la narrazione, la capacità critica» si atrofizza.

«Oggi non c’è più la legge del padre: il senso del dovere, il rispetto, conquistarsi le cose, non il “tutto e subito”. Le relazioni in famiglia tra genitori e figli sono orizzontali, non verticali». «Quando si entra in relazione con gli adolescenti è importante provare a non imporre i nostri schemi di riferimento, tenere conto della realtà che sta vivendo quel ragazzo, chiedersi cosa c’è dietro quel comportamento così assurdo». Se alla provocazione si risponde con l’aggressività si entra in collisione e si fa lo stesso errore, «lui non mi rispetta, mi considera alla pari e io mi metto allo stesso livello».

Fonte: di Piergiacomo Oderda Voce Pinerolese

Nella foto Francesca Di Summa con don Mario Rossino 

Change hold habitus: the modification of the lifestyle

Change hold habitus: the modification of the lifestyle BLAST

di Emanuela Grandi & Alessia Anna Cantarella

(Communications 25° Congress of the International Association of Individual Psychology: Separation, Trauma, Developments – Vienna 2011)

Con questa breve relazione vogliamo porre alla vostra attenzione alcune riflessioni sull’importanza che la psicoterapia riveste nell’aiutare il cliente a cogliere quali aspetti del suo carattere e delle sue modalità non siano funzionali per la sua vita ed il suo lavoro nonchè a lavorare sugli stessi in maniera critica, in modo da indurlo ad abbandonare schemi di pensiero e di comportamento arcaici, ad abbandonare quindi le proprie finzioni.

Sappiamo che i comportamenti disfunzionali si strutturano in “stile” (stile di vita) che a sua volta si traduce in abitudini, automatismi, ripetizioni sempre più radicate fino a divenire inconsce.    Lo stile di vita, definibile come l’insieme di idee, pensieri, giudizi, atteggiamenti, comportamenti e azioni che caratterizzano il modo di essere di ogni singolo individuo, può assumere in sé, contemporaneamente, aspetti statici e aspetti dinamici. Si forma in un lungo arco temporale e si cristallizza parzialmente in abitudini e comportamenti automatici; d’altra parte, però, esso è perennemente in evoluzione e cambiamento.

“Ciascuno di noi è la sua storia” (L. G. Grandi): dunque che lo stile di vita è collegato ad aspetti genetici, biologici e costituzionali nonchè alle esperienze vissute, al clima affettivo, all’educazione ricevuta, al contesto sociale in cui si nasce e si cresce.

Mosak individua due aspetti costitutivi dello stile di vita parlando di “modus operandi” che si traduce in azioni e comportamenti visibili e reali; e “modus vivendi” che può risultare più sommerso e più nascosto, talvolta sconosciuto all’individuo stesso, che significa immagine di sé, del mondo e filosofia di vita.  Tutto ciò si collega all’area dei vissuti, della lettura che il soggetto mette in opera rispetto agli eventi e alla realtà. Da questo tipo di lettura che dipendono le risposte comportamentali e la sottostante interpretazione del reale che non risultano rigide e immutabili nel singolo soggetto, bensì possono cambiare al confluire di più variabili come il contesto ambientale, quello sociale e lo stato emotivo-affettivo del momento.

Detto questo, risulta comprensibile il fatto che nella psicoterapia analitica ampio spazio venga dedicato al rilevamento e alla rielaborazione dello stile di vita. In una prospettiva “processuale” del lavoro clinico l’analisi-ricostruzione dello stile di vita e l’analisi degli atteggiamenti rappresentano due fasi cruciali e imprescindibili di qualsiasi trattamento.

Per portare il paziente a “destrutturare” e “ricostruire” il proprio stile, in direzione di un maggiore equilibrio, rendendolo più propenso a scelte sane e non patologiche, il terapeuta deve indagare i nuclei più significativi della sua storia fino ad arrivare ad una scomposizione del suo stile di vita: la costellazione familiare, che identifica i profili psicologici delle figure significative e le loro modalità di agire ed interagire; l’ambiente dell’infanzia, i primi ricordi, cartina di tornasole per identificare le linee teologiche dello stile di vita; le fantasie diurne che danno indicazioni sulle mete coscientemente o inconsciamente perseguite; i sogni notturni; il funzionamento nei compiti vitali che offre dati importanti per comprendere come il paziente si sta muovendo nel mondo; il grado di sviluppo del sentimento sociale che permette di capire quanto il soggetto sia concentrato su di sé e quanto riesca a pensare agli altri.

Questo lavoro di indagine e scavo consente al terapeuta di comprendere quali siano le forze in gioco e attraverso quali esperienze e vissuti il soggetto sia passato per strutturarsi con le sue modalità di azione e reazione, quale sia il codice di lettura e di interpretazione che ha sviluppato nel tempo e, quindi, come si sia costruito l’“abito” mentale con il quale affronta la realtà.

L’aspetto difficile del lavoro analitico sta nello scomporre e separare gli elementi oggettivi e di realtà da quelli soggettivi di lettura e di interpretazione della stessa: è su questo registro che l’analista deve, nel tempo, intervenire ed eventualmente “correggere”.

Ri-costruzione e analisi dello stile di vita possono per lunghi periodi del trattamento coincidere e sovrapporsi, ma il possibile effetto di “abreazione” legato alla scoperta ed alla comprensione non coincide affatto con un automatico processo di cambiamento.

Al contrario: quando il paziente scopre e riconosce gli abituali schemi e codici, avendoli analizzati ed elaborati, si trova di fronte ad un bivio cruciale per la terapia: scelgo di rimanere tale e quale già sono, oppure mi confronto con il rischio, sconosciuto, del cambiamento?   È questa una fase ostica del trattamento, quella che provoca maggiori resistenze e spinge i pazienti a trincerarsi dietro a baluardi insormontabili, in quanto è noto che la più grande resistenza umana è la resistenza al cambiamento. Il paziente solitamente ripropone con forza rinnovata i vecchi schemi, le abitudini acquisite, le strategie già proposte e sperimentate: tutto questo, molto spesso, inconsciamente. Ogni azione risulta finalizzata al mantenimento dello status quo: l’angoscia del nuovo, l’insicurezza del non sperimentato, la paura di non riuscire, il timore di non riconoscersi provocano fasi di stallo se non addirittura di arresto o regressione. Il cambiamento può assumere così la connotazione di vero e proprio “trauma” sebbene finalizzato ad un miglioramento della qualità della vita.

Il paziente spesso “sa” (a livello razionale) che i suoi comportamenti (ormai rigidi e cristallizzati  in abitudini e strutturati nello stile di vita, quegli stessi comportamenti che ha rilevato come non efficienti e per cui spesso ha iniziato e affrontato la psicoterapia) non sono funzionali per una sana vita relazionale ed affettiva ma tradurre la teoria in pratica non è semplice. Talvolta, anzi, il paziente ripropone comportamenti patologici e antichi che sembravano superati e lo fa “quasi sapendo” di farsi male: una forza incontrollabile lo spinge a ricadere nei vecchi schemi e a riproporli.

Abbandonare il vecchio “abito”, sebbene non funzionale e fonte di sofferenza, è, dunque, il punto di arrivo di una strada ardua, faticosa ed a tratti traumatica -al perseguimento della quale si oppongono forze inconsce- che rappresenta l’obiettivo finale del progetto terapeutico.

Per esemplificare quanto una terapia può essere utile nella riformulazione dello stile di vita e soprattutto nella modifica del proprio habitus operandi e vivendi portiamo alla vostra attenzione un caso clinico trattato nel corso del 2010.

Emil si presenta in un momento di forte scompenso esistenziale ed emotivo: da tempo soffre di forti attacchi di panico aggravati da pensieri rimuginatori ed ossessivi relativi alla morte ed alla sofferenza.

Emil è un ragazzo di 22 anni e ½ al momento della consultazione (1 anno e ½ fa), di media altezza, longilineo, viso da bambino incorniciato da capelli neri e bellissimi occhi azzurri oscurati da un’espressione di intensa sofferenza.   Non ride, non riesce nemmeno a sorridere (a volte sì ma solo con la bocca) ed appare spaventato soprattutto dalla prospettiva di dover andare avanti così, senza poter modificare nulla.

Nel momento in cui inizia a raccontare la sua vita si percepisce che sotto un’apparente tranquillità (“ho avuto un’infanzia come tanti, niente di particolare, due genitori, due fratelli ma da un altro matrimonio di mia mamma….”) in realtà si celano già delle sofferenze e dei traumi (“mio fratello di mezzo è stato ucciso sotto casa con un colpo di pistola, io ero piccolo ma ricordo quella sera e soprattutto ricordo il periodo successivo e la reazione di mia mamma e di mio fratello maggiore….”,……. “avevo 6 o 7 anni quando andando al circo con mio padre mi sono avvicinato alle gabbie delle scimmie ed una di queste mi ha afferrato il braccio destro maciullandolo con i denti…”) e che lo stile di vita del soggetto si è orientato verso una modalità egodistonica, alla ricerca di soddisfazioni immediate e fugaci ma con possibilità di dare emozioni forti (“fin da ragazzino ho sempre avuto facilità ad entrare in relazione con gli altri ma mi sono affiancato a ragazzi che si sballavano, bevevano e si davano alla pazza gioia la sera per poi risvegliarmi con fortissime emicranie ed un senso di vuoto che non si placava fino a quando non ritornavo con loro in qualche locale o a fumarmi qualcosa da qualche parte per stordirmi totalmente”).

Finisce le superiori e si iscrive all’università ma in realtà, dopo un primo momento in cui frequenta ed inizia a dare gli esami (“sono sempre andato bene a scuola non perché studiassi ma perché mi bastava leggere una pagina per ricordarla perfettamente per cui sono stato facilitato anche nei primi esami all’università”) in seguito inizia a frequentare sempre più assiduamente il gruppetto di amici del paese, atteggiamento questo che lo porta ad avere tutte le ragazze che voleva, esperienze sessuali (numerose e soddisfacenti), ad avere possibilità di fumare canne ed impasticcarsi tutte le sere (ed anche di giorno), ad ubriacarsi di superalcolici ogni volta che usciva ma anche a casa, utilizzando i soldi che il padre mandava come mantenimento per fare tutto ciò che voleva e chiedendo al fratello maggiore i soldi per “vivere” (pagare l’affitto, mangiare, etc…).  La situazione famigliare/affettiva all’atto della sua richiesta d’aiuto è la seguente:

  • i genitori si erano separati anni prima e la madre è tornata in meridione, al paese d’origine: viene descritta come una donna molto affettiva, non tanto scolarizzata né totalmente integrata nel contesto in cui viveva prima (città del nord, con mentalità molto diversa dalla sua: “si era fatta davanti a casa un orticello e mio fratello si vergognava che tutti la vedessero vestita da contadina andare a ravanare nella terra….”). Emil è molto legato alla madre, le vuole molto bene, ma ogni volta che la vede e rimane un po’ di giorni con lei inizia a “patire”, sta male e gli vengono tutti i sintomi di quando va in attacco di panico e quella che lui definisce “paranoia”;
  • il padre vive in un paese vicino a Torino, si è risposato (con una donna straniera con cui stava da anni) ma non è felice: secondo Emil si è sposato perché non riusciva a stare solo e lei lo ha obbligato ma non sono caratterialmente compatibili. Il rapporto con il padre è quasi inesistente: non hanno argomenti in comune, l’uomo non riesce a verbalizzare nulla con il figlio se non è quest’ultimo ad iniziare un argomento, è “strozzato” sui soldi perché la moglie non vuole che spenda soldi per il figlio che è già grande;
  • il fratello maggiore è un uomo di successo, affermato nel suo lavoro, con famiglia e figli. Per Emil è un miraggio, molto distante e molto invidiato, soprattutto perché sembra sempre non aver tempo per lui;
  • la ragazza che frequenta è fragile, bisognosa di attenzioni e tendenzialmente simbiotica con lui. Emil le vuole bene ma se capita di poter frequentare altre ragazze non si pone il problema.

Nell’anno successivo all’inizio del trattamento si sono verificati numerosi cambiamenti sia per quanto riguarda lo stile di vita che in campo sentimentale/affettivo.

La rivisitazione della propria storia, accompagnata ad un lavoro di smantellamento delle difese ed utilizzando anche un lavoro parallelo che Emil stava (e sta) portando avanti con una scuola di teatro per principianti hanno portato ad alcune importanti modifiche.  Vediamole nel dettaglio:

  • abbandono totale del fumo, in tutte le sue forme
  • abbandono totale dell’utilizzo di pasticche varie
  • abbandono totale del consumo di superalcolici e praticamente totale dell’uso di alcolici
  • ripresa degli studi universitari a pieno regime (mancano attualmente 2 esami alla laurea)
  • abbandono delle frequentazioni precedenti che lo portavano a seguire comportamenti non congeniali al benessere fisico e psicologico e creazione di nuove amicizie funzionali ad una crescita globale
  • inizio di una storia affettiva importante con una coetanea di pari livello (ovvero intelligente, non bisognosa di “cure”, non simbiotica, propositiva, etc…)
  • modifica della percezione relativa alla figura materna, intesa sempre come affettivamente importante ma considerata come figura che può cavarsela senza di lui e che va frequentata (per le sue caratteristiche personologiche) per brevi periodi nell’anno
  • riavvicinamento con la figura paterna (per alcuni mesi ha anche vissuto a casa sua) ma benché ora il rapporto sia esistente non è possibile considerarlo di alto valore per le caratteristiche personologiche del padre stesso
  • notevole riavvicinamento con il fratello, con il quale ha instaurato un rapporto “paritario”, affettivo, di condivisione di pensieri, sentimenti e progetti per il futuro (hanno avviato una piccola attività insieme che il fratello ha intestato a nome di Emil perché ora si fida che lui sia in grado di portare avanti qualcosa di importante e sappia prendersi le sue responsabilità)
  • contatto con diversi medici per risolvere (almeno in parte, per quanto possibile) la propria menomazione al braccio destro con un’operazione per dovrebbe permettergli di avere una forma più lineare e meno “visibile”.

Ovviamente i sintomi da attacco di panico ed i pensieri ossessivi sono scomparsi: ogni tanto, soprattutto quando intraprende una nuova “conquista” (nel senso di riuscire a fare qualcosa su cu ha tanto lavorato psicologicamente e fattivamente) riappare qualche sensazione di fastidio e qualche pensiero rimuginatorio ma normalmente viene facilmente bloccato e scacciato definitivamente.

Lo sport è… MENS SANA IN CORPORE SANO

Lo sport è… MENS SANA IN CORPORE SANO BLAST

di Alessia Anna Cantarella

“Mens sana in corpore sano”, antica locuzione latina nata all’interno delle satire di Giovenale per indicare le due uniche aspirazioni che gli uomini avrebbero dovuto avere, un corpo sano ed una mente sana, solo con Aristotele diventa espressione di un’interrelazione tra due entità che non possono essere percepite disgiuntamente. Oggi si parla dell’uomo come di un’unità bio-psico-sociale: il soma (il corpo) e la psiche (la mente) sono in continua interazione reciproca e sono immersi in un contesto socio-relazionale su cui agiscono e da cui ricevono sollecitazioni e stimoli. Dunque, per aver sane le facoltà dell’anima bisogna aver sane anche quelle del corpo.

L’esercizio fisico porta al benessere psichico poiché aumenta il flusso sanguigno e porta ad una maggior ossigenazione del cervello ed in particolare di due aree: l’ippocampo ed il giro cingolato anteriore. L’ippocampo è una parte del nostro cervello prevalentemente adibita al controllo della memoria e dell’apprendimento mentre il giro cingolato anteriore svolge diversi ruoli complessi, come preparare il nostro cervello allo svolgimento di un compito, ed è implicato nella regolazione delle nostre emozioni oltre ad essere un recettore dell’ambiente circostante aiutandoci a cogliere e a reagire adeguatamente e in maniera adattiva ai cambiamenti.

Queste due parti del nostro cervello hanno avuto due funzioni evolutive molto importanti perché ci hanno consentito di evolvere e sopravvivere ai cambiamenti dell’ambiente grazie al ricordo e all’apprendimento. Maggiore è l’ossigenazione al cervello e maggiore è l’attività di queste aree. Dunque rinvigorito dal carico energetico dell’ossigeno il cervello è più attivo sia a livello fisico sia a livello mentale. I neuroni sono più attivi, vengono prodotti nuovi neuroni attraverso il processo di neurogenesi e si migliora la plasticità del cervello con la nascita di nuove sinapsi che rappresentano il sistema comunicativo tra neuroni. Inoltre, l’esercizio fisico rafforza il sistema cardio-vascolare ed aiuta a combattere alcuni disturbi come il diabete, i problemi renali e l’osteoporosi.

Pertanto, l’attività sportiva ci aiuta anche a migliorare le funzioni cognitive, infatti, grazie alla maggiore ossigenazione le nostre funzioni mentali vengono rinforzate ed aumenta la nostra capacità di pensiero e di ragionamento, come anche la capacità di trovare soluzioni alternative ai problemi. Il pensiero diventa quindi più lucido, si potenzia l’attenzione, la memoria, la capacità di apprendimento, la creatività e la capacità di uscire dagli schemi o dalla famosa “zona di confort” per trovare una strada nuova e innovativa, per trovare una soluzione creativa alle difficoltà, diminuendo il rischio di decadimento cognitivo o di malattie neurovegetative.

L’esercizio fisico è anche un toccasana per il nostro umore perché libera endorfine e incrementa il livello di serotonina e noradrenalina che sono due neurotrasmettitori che aumentano il benessere psicofisico e ci consentono di guardare il mondo con un paio di lenti caratterizzate da maggior ottimismo e positività. Possiamo considerare questi due neurotrasmettitori come veri e propri ansiolitici ed antidepressivi, utili proprio per migliorare il nostro stato mentale. Maggior benessere psicofisico porta anche ad effetti positivi nella sessualità e nel controllo del peso corporeo, due altri elementi che vengono influenzati negativamente dallo stress.

Ne beneficia anche la produttività sul lavoro che tenderà ad aumentare man mano che si raggiungerà una buona sinergia tra una mente attiva ed un corpo dinamico. Trovare il tempo per dedicarsi ad un’attività sportiva è fondamentale per combattere lo stress purché sia portata avanti in maniera costante, altrimenti perderebbe di significato ed utilità, e con il supporto di personale qualificato, per evitare movimenti sbagliati e pericolosi per l’integrità corporea o un carico di lavoro inadeguato e, pertanto, poco funzionale. E’ necessario che ogni persona individui lo sport maggiormente adatto alle proprie esigenze, senza farsi influenzare dalle mode del momento. Per esempio, le attività aerobiche e la corsa sono attività che servono a scaricare le tensioni che inceppano pensieri ed idee e aiutano a schiarire la mente, nel caso in cui si debba prendere una decisione importante.

Annichilimento, isolamento e chiusura portati dall’emergenza sanitaria Covid19 hanno agito sul benessere psichico di molte persone producendo stati ansiosi e depressivi anche a causa dell’immobilità a cui si è stati costretti. Coloro che hanno reagito al cambio di stile di vita imposto dalla pandemia, interrompendo l’attività sportiva e chiudendosi nella “confort zone”, sono andati incontro ad un progressivo cambiamento ed irrigidimento ideativo e ad un peggioramento del tono dell’umore. Al contrario, coloro che hanno saputo cogliere le iniziative nate sul web anche da parte di personal trainer e di coach sportivi che, sfruttando piattaforme digitali hanno creato delle realtà dinamiche e fruibili, hanno mantenuto una maggior lucidità nell’affrontare le difficoltà personali, sociali ed economiche legate al periodo pandemico.

Strumenti e dispositivi digitali, spesso demonizzati quando si parla di bambini ed adolescenti, dimenticando che non è lo strumento da demonizzare ma è la gestione e l’uso eccessivo che ne viene fatto, in questo caso hanno consentito la creazione di spazi di confronto ed aiuto psicologico per persone che altrimenti non avrebbero potuto essere raggiunti come anche la costruzione di vere e proprie “palestre on-line” con cui rimanere lontani ma vicini, con cui poter mantenere il proprio equilibrio psicofisico e la propria lucidità: un’opportunità per creare nuovi legami ed amicizie, prendendosi cura di sé e del proprio benessere.

Legami capaci di futuro: dalle basi intersoggettive dello sviluppo della persona all’esperienza dello “stare” in relazione. Attaccamento, fiducia, desiderio e cura nei rapporti interpersonali

Legami capaci di futuro: dalle basi intersoggettive dello sviluppo della persona all’esperienza dello “stare” in relazione. Attaccamento, fiducia, desiderio e cura nei rapporti interpersonali BLAST

1. I legami oggi

La maggior parte dei numerosissimi studi ed approfondimenti sull’assetto e il funzionamento della societa contemporanea tratteggia un quadro allarmante e scoraggiante circa lo sviluppo e il destino delle relazioni interpersonali: prevale la rappresentazione di un mondo popolato da individui narcisisticamente ripiegati su di se ed orientati alla soddisfazione delle proprie voglie, incapaci di desiderare, costruire, mantenere legami e affetti dotati di stabilita, continuita e profondita.

A tal proposito risulta efficace la definizione di Bauman (2002) di “relazioni liquide”, cioe rapporti interpersonali caratterizzati da istantaneita, brevita, transitorieta, superficialita, facile smaltibilita. Relazioni che potremmo meglio definire “contatti”, per utilizzare un termine molto frequente sul web, che ben rappresenta le modalita “liquide” di incontrarsi oggi. Contatti dalla vita breve, che si attivano e si spengono con facilita, mantenuti fino a che producono un beneficio, un piacere, un soddisfacimento dei propri bisogni, accostamenti fugaci che rifiutano la compenetrazione, relazioni costruite apposta per poter essere interrotte facilmente, senza fatiche o sofferenze. Perche una relazione sia capace di futuro e necessario, invece, investimento stabile, impegno, presenza, continuita, fedelta, responsabilita. Tutte esperienze che tendenzialmente oggi vengono evitate o ridotte al minimo, per superficialita o forse, andando piu a fondo, per paura. Si tratta infatti, nella mentalita odierna, di esperienze potenzialmente pericolose: possono diminuire il piacere immediato, soffocare la realizzazione personale, produrre dipendenza, esporre al rischio dell’abbandono e quindi della sofferenza. Eppure le discipline psicologiche, sostenute recentemente dalle scoperte nell’ambito delle neuroscienze, concordano nel sostenere che l’esperienza relazionale e, in particolare, i legami affettivi primari siano la base della nascita e dello sviluppo psichico dell’individuo: il neonato diventa persona all’interno e in virtu della rete di relazioni nella quale nasce, vive e cresce. La relazione e dunque presupposto imprescindibile, esperienza irrinunciabile, fondante e peculiare dell’uomo.

2. Le basi intersoggetive dello sviluppo

Alfred Adler, caposcuola della Individual Psicologia Comparata, affermava che “Il sentimento sociale e il barometro della normalita” (Adler 1930, 7), a sottolineare come un elemento imprescindibile e necessario per uno sviluppo sano ed una vita armonica sia proprio l’esperienza relazionale. Possiamo dire di piu, sviluppando il pensiero di Adler: non solo l’esperienza relazionale e ingrediente indispensabile per un sano sviluppo ed una vita armonica, ma ne e l’elemento fondante.

Questo concetto e stato ampiamente ripreso ed elaborato da molti autori successivi in psicologia, come Winnicott, pediatra e psicoanalista, che affermava: “Un bambino da solo non esiste” (Winnicott 1951, 168), cioe non puo nascere psicologicamente, come individuo, se non si trova immerso in una relazione. L’attivita psichica di un bambino si sviluppa e si struttura soltanto all’interno di una relazione; invece si blocca, regredisce, si disorganizza se non e in relazione, o se questa viene a mancare o se e molto disturbata.
Tale assunto viene ripreso ed ampliato da Siegel (1999) che, introducendo il concetto di “mente relazionale”, dimostra scientificamente, attraverso studi neuropsicologici, come proprio i circuiti cerebrali, le connessioni neuronali si costituiscano e si attivino sulla base delle esperienze relazionali dell’individuo. Questo processo di “costruzione della mente” si realizza in maniera massiccia durante l’infanzia e l’adolescenza, ma continua ad avvenire anche in eta adulta: il cervello mantiene una certa plasticita in tutte le eta della vita. Dunque e sulla base delle esperienze relazionali, e naturalmente della loro qualita e delle loro caratteristiche, che si plasma il cervello del soggetto in crescita e quindi si struttura il funzionamento neurologico e psicologico dell’individuo.
La scoperta, negli anni ’90, dell’esistenza di particolari neuroni presenti nella corteccia cerebrale, chiamati neuroni a specchio (Rizzolati & Sinigaglia 2006), ci ha dato la prova oggettiva che, non solo la mente si plasma attraverso la relazione, ma anche che il nostro cervello e predisposto alla relazione, e fatto per permetterci di entrare in relazione. I neuroni a specchio sono una classe di neuroni che si attivano quando compiamo un’azione, ma anche quando osserviamo la stessa azione compiuta da un altro soggetto: e come se anche noi facessimo quell’azione, ci identifichiamo con l’azione dell’altro. Studi ulteriori (Gallese 2007; Gallese, Keysers & Rizzolatti 2004; Gallese 2006a) hanno evidenziato come i neuroni a specchio si attivino anche in relazione alle emozioni degli altri, espresse con la mimica facciale, i gesti, i suoni, le parole. Tali scoperte, ancora in fase di approfondimento data la complessita del fenomeno, evidenziano come il nostro cervello si attivi di fronte alle emozioni altrui e ci permetta di sentire emotivamente quello che l’altro sta vivendo: e la base dell’empatia. La capacita di entrare in empatia sarebbe dunque biologicamente determinata; sappiamo tuttavia che si sviluppera in modo piu o meno ampio a seconda delle istanze temperamentali e delle esperienze relazionali che il soggetto fara nel corso del suo sviluppo.

3. Le dinamiche delle relazioni primarie: sintonizzazione, riconoscimento, contenimento e costruzione del Sé

Dunque siamo biologicamente predisposti alla relazione e ci costruiamo nella relazione. Cio e evidente anche soltanto osservando che cosa succede tra una mamma e un bambino piccolo: fin dal momento in cui il neonato esce dalla pancia della mamma, inizia un dialogo molto intenso tra i due (che a dire il vero e gia incominciato prima della nascita, nel ventre materno, un dialogo fatto di movimenti, suoni, scambi chimici intrauterini).

Gia Konrad Lorenz, negli anni ’40 del secolo scorso, aveva evidenziato come una serie di caratteristiche particolari del muso dei piccoli dei mammiferi, compresi i cuccioli di uomo, costituiscano il cosiddetto “prototipo infantile” (Lorenz 1949): testa grande, fronte ampia e sporgente, occhi grandi, guance paffute, forme arrotondate. Questa conformazione del volto istintivamente attrae il soggetto adulto, blocca l’aggressivita e attiva schemi comportamentali di relazione e di cura nei confronti della prole.

In particolare fu poi Daniel Stern, psichiatra e psicoanalista statunitense, a studiare in modo approfondito le interazioni precoci tra mamma e bambino (Stern 1985). Egli noto come il genitore, su stimolo del prototipo infantile, istintivamente si ponga nei confronti del bambino con tipiche espressioni facciali, vocalizzi, sguardi, presentazioni del volto, comportamenti prossemici, del tutto caratteristici per modalita, frequenza, accentuazione, durata, ripetitivita e diversi rispetto a quelli utilizzati nella relazione con un soggetto adulto.

Mediante tali comportamenti piuttosto accentuati la mamma capta e mantiene l’attenzione del neonato. Questo, a sua volta, possiede l’attitudine innata a riconoscere tali comportamenti sociali e risponde mettendo istintivamente in atto propri schemi comportamentali: il sorriso, i vocalizzi, i movimenti eccitati di braccia e gambe. Si viene così a creare un dialogo tra mamma e bambino, istintivamente attivato, ma che entrambi contribuiscono poi attivamente ad alimentare e a modulare. L’uno stimola l’altro in questo scambio dinamico dove si alternano momenti di eccitazione a momenti di rilassamento, momenti di avvicinamento a momenti di allontanamento, momenti di coinvolgimento a momenti di neutralita, momenti di ripetizione a momenti di novita, andando a produrre quella che Stern chiamo, con una bella espressione, la “meravigliosa danza”. E interessante notare come, fin dall’inizio, il bambino non sia passivo, bensì attivo nella relazione con la madre.

Si avvia così, sulla base di predisposizioni innate e attraverso la ripetizione modulata di sequenze di interazione, il processo della sintonizzazione: la madre riconosce i bisogni e i sentimenti del bambino e presenta un comportamento di risposta corrispondente, atto a soddisfare tali bisogni fisiologici o affettivi; il bambino, a sua volta, riconosce la risposta materna, sperimenta soddisfazione rispetto al bisogno, collega questa esperienza a precedenti esperienze di sintonizzazione, sperimenta coerenza e continuita, sviluppa sicurezza circa il fatto di essere sintonizzato emotivamente con la madre e si sente riconosciuto. Ecco la genesi psicologica di un’esperienza evolutiva ed esistenziale fondamentale: essere riconosciuti, esperienza che permettera poi al bambino di riconoscere se stesso. E necessario che ci sia un altro da me, in relazione con me, che mi riconosca affinche io possa riconoscere me stesso, come entita separata. Nella fusione o nell’esperienza della trascuratezza (fino all’abbandono) non c’e riconoscimento.

Il ripetersi di interazioni caratterizzate da coerenza e sintonizzazione produce nel bambino il sorgere del primo nucleo del Se. Il genitore, attraverso le sue risposte, i suoi rimandi e i suoi rispecchiamenti, trasmette al bambino come lui lo vede e lo vive e da un nome agli stati fisiologici ed emotivi che il bambino inizialmente sperimenta in maniera caotica ed indifferenziata (funzione del “contenimento emotivo”). Il bambino inizia così a vedere se stesso rispecchiato negli occhi della madre, a differenziare il suo mondo interno grazie all’azione di contenimento dei genitori e quindi a costruire su questa base l’immagine di se. Possiamo dire che l’uomo conosce se stesso e costruisce la sua immagine di se attraverso l’altro: la costruzione del Se avviene nella relazione.
Da cio risulta evidente come siano significative le caratteristiche dei caregiver, il loro modo di relazionarsi con il bambino e le risposte che forniscono; in seguito saranno altresì importanti le originali elaborazioni che il soggetto, crescendo, fara circa l’immagine di se, alla luce delle successive esperienze relazionali. Possiamo dunque affermare che le esperienze relazionali precoci costituiscono la base del processo di costruzione del nucleo primario della personalita, ma la plasticita cerebrale e la continuita dell’esperienza relazionale permettono continue elaborazioni e quindi un costante evolversi della personalita anche in eta successive.

4. Corpo, linguaggio, relazione

Non dobbiamo trascurare il fatto che un ruolo fondamentale nel processo di crescita e svolto dal corpo (Bastianini 2011). Il bambino entra in relazione con gli altri e con il mondo primariamente attraverso il corpo. L’esperienza del legame, dunque, non puo prescindere dal corpo. Il bambino e corpo prima di essere pensiero e sentimenti e questi si sviluppano a partire dal corpo in movimento, che sperimenta. Il bambino conosce precocemente se stesso e il mondo attraverso il proprio corpo in azione e in interazione con altri corpi. Le sensazioni corporee sperimentate si depositano nella mente, si aggregano, si articolano nel tempo e ricevono dall’esterno nomi e significati, andando a costituire le prime rappresentazioni mentali di se stessi e del mondo. Esse diventano, via via, piu complesse e differenziate, fino a formare un sistema rappresentazionale interno individuale che e il nostro modo originale di vedere, interpretare e vivere noi stessi e il mondo. Tutto cio pero puo avvenire solo se vi e una relazione che attiva, sostiene e rinforza il processo.

E dall’esperienza relazionale corporea che sorge successivamente il linguaggio verbale. Secondo Stern, esso nasce proprio dall’esperienza della sintonizzazione: la parola e il prodotto dell’unione e del dialogo fra due corpi e due menti, che gia e presente prima della parola. La parola inizialmente e un suono condiviso, che viene poi associato alla rappresentazione di un oggetto: diviene allora suono significante, che traduce verbalmente e collega le rappresentazioni mentali del bambino e del genitore. Potremmo dire che i bambini sviluppano il linguaggio verbale per rinforzare l’esperienza di essere con l’altro, per creare un nuovo e piu efficace modo di interagire con l’altro e di condividere.

Ecco dunque come si costruisce ed evolve il legame tra genitore e figlio. Un legame tuttavia che, se si sviluppa in maniera equilibrata e sana, non contempla solo il fornire risposte gratificanti ai bisogni immediati del bambino, ma, proprio attraverso la sintonizzazione e ponendosi in una prospettiva evolutiva, impara a riconoscere i bisogni sani del bambino, quelli funzionali alla crescita e si colloca nell’ottica di fornire risposte che accompagnino, stimolino, indirizzino il bambino verso uno sviluppo armonico della sua identita e delle sue potenzialita, comprese quelle che gli permettono di entrare e rimanere in relazione con gli altri, fondamentali affinche diventi capace a sua volta di costruire e mantenere legami. Quindi non necessariamente una risposta immediatamente gratificante, ma una risposta utile alla crescita, in armonia con la realta ed il contesto nel quale il bambino vive. Una risposta che va oltre all’individuo nel qui ed ora, ma tiene conto del contesto e di una prospettiva futura.
Possiamo dunque affermare, sulla base dei ragionamenti fin qui condotti, che le relazioni primarie, i legami affettivi di base sono presupposti imprescindibili, esperienze irrinunciabili, fondanti e strutturanti l’essere umano. La psicologia dello sviluppo, attraverso le osservazioni e le sperimentazioni, la clinica psicoterapica, attraverso lo studio e il trattamento dei disturbi e dei disagi psichici, e le neuroscienze, attraverso le recenti scoperte sulla genesi e il funzionamento del cervello, forniscono una conferma chiara e univoca rispetto a tale assunto, sicuramente gia enunciato in precedenza da altre discipline.

5. Lo sviluppo dei legami affettivi: quattro esperienze fondamentali

Fatte queste premesse, entriamo nel merito di quattro esperienze fondamentali che caratterizzano i legami affettivi primari e, per estensione, tutti i legami: l’attaccamento, la fiducia, il desiderio e la cura. Allo stesso tempo, proviamo a tratteggiare quali cambiamenti hanno subito queste esperienze basilari ai giorni nostri e come cio incida sui processi di crescita, sulla costruzione della personalita e sullo sviluppo di nuovi stili relazionali.

5.1. L’attaccamento

Gli autori che hanno messo a punto la teoria dell’attaccamento (Bowlby, Ainsworth e altri), hanno evidenziato come i bambini, fin dalla nascita, siano naturalmente portati a sviluppare un legame nei confronti degli adulti che si occupano di loro. E evidente che una buona sintonizzazione ed esperienze reiterate di comunicazione contingente e coerente producono quello che Bowlby chiamava “attaccamento sicuro” (Bowlby 1969). L’attaccamento sicuro non solo permette al bambino di sperimentare una base solida e rassicurante a cui far riferimento, ma anche di costruire un se solido, organizzato, stabile. Il fare esperienza di una base sicura permette al bambino di sentirsi sufficientemente tranquillo per poter affrontare la realta con autonomia crescente. Inoltre questa esperienza relazionale primaria viene interiorizzata e diviene modello per le relazioni che il bambino andra a costruire successivamente. Piu il bambino sperimenta equilibrio, sintonia, sicurezza, stabilita, solidita, continuita nelle relazioni primarie, piu sara predisposto a sviluppare successivamente relazioni con le stesse caratteristiche.

Possiamo individuare alcune linee di cambiamento nei modelli di attaccamento, sotto l’influenza delle tendenze socio-culturali della societa contemporanea?
Mediamente i genitori di oggi non mancano di attenzioni nei confronti dei bisogni che i bambini esprimono (Grandi & Lerda 2013). Anzi molto spesso il bambino appare come un “piccolo re”, le cui richieste vengono soddisfatte ancor prima di essere espresse, al riparo da ogni forma di sofferenza o mancanza. Il bambino non e piu (ormai da decenni) risorsa materiale per la famiglia, da allevare come futura forza lavoro per il bene individuale e comune, ma, nella societa del benessere, il figlio puo rappresentare piu spesso un oggetto di soddisfazione narcisistica per il genitore (o come dice Bauman [2003] un “oggetto di consumo emotivo”), oppure un prodotto di cui vantarsi, che diventa testimonianza della propria efficienza, misurata sulla base dell’agio e delle opportunita che si possono offrire, e delle competenze ed eccellenze che il bambino riuscira a sviluppare.

Questa impronta narcisistica del legame di attaccamento primario puo fare da “stampo” nel processo di costruzione del se e da “modello” per le relazioni future. Piu che fornire al bambino risposte coerenti ai bisogni sani di sviluppo, quindi funzionali al suo rinforzo in prospettiva futura, le risposte ruotano attorno alla soddisfazione narcisistica del genitore e del bambino. Il bambino e oggetto gratificante e soggetto da gratificare. Si sviluppa non tanto la spinta ad affrontare la vita coraggiosamente, a diventare un adulto capace e responsabile, ad inserirsi dignitosamente e produttivamente nella societa, a contribuire al bene comune attraverso la capacita di riconoscere l’altro e di cooperare, quanto piuttosto l’illusione dell’onnipotenza e il bisogno di essere visto, considerato, ammirato. Su questa base anche le relazioni future tendono a costruirsi su un registro narcisistico. L’altro serve per ricevere conferme, sentirsi importanti, al centro dell’attenzione, non e un soggetto con cui condividere, completarsi, arricchirsi, progettare, costruire.

Si tratta di fatto del meccanismo che sostiene l’uso di molti social network: la vetrina, l’essere visti, la richiesta dei like. Il bisogno di essere considerati, ammirati, applauditi. Sullo stesso principio si basa il fenomeno del “sempre connessi”, che testimonia la necessita di essere sempre in contatto con qualcuno, non “qualcuno in particolare”, ma una “nuvola” di presenze vaga e mutevole, che conferma che ci sono, che mi guarda e mi dice qualcosa, non importa che cosa. Un’impostazione narcisistica che rivela tutta la sua fragilita e contraddittorieta: l’uomo contemporaneo non accetta legami che limiterebbero la sua liberta, che mortificherebbero la sua unicita, che lo farebbero sentire vincolato, tarpato, chiuso, ma, in realta, ha continuamente bisogno di qualcuno che lo confermi, lo rassicuri del fatto che esiste ed e importante, e unico, e speciale, e “seguito”. Mentre afferma di voler essere completamente libero ed autonomo, non “legato”, non vincolato, e in realta profondamente dipendente dagli altri e profondamente fragile: il senso di se dipende in tutto e per tutto dalle conferme degli altri ed e dunque facilmente soggetto a oscillazioni e discontinuita. La presenza dell’altro non si connota come un legame scelto e alimentato per costruire, generare, sviluppare, ma come un contatto di cui non si puo fare a meno per confermare la propria immagine, sopravvivere e placare l’angoscia del vuoto.
Osserviamo inoltre che attualmente i legami di attaccamento funzionano spesso “ad intermittenza”. Quando il genitore c’e, c’e tantissimo, con un’attenzione esclusiva, quasi morbosa: non deve mancare nulla, il rapporto deve essere perfetto. Ma in altri momenti il genitore non c’e e non c’e proprio per nulla, ne fisicamente ne mentalmente (assorbito completamente da qualcos’altro) e viene sostituito da surrogati genitoriali. Da qui una certa discontinuita che probabilmente non contribuisce alla costruzione di quel senso di permanenza, stabilita, coerenza, continuita necessario, come abbiamo visto, per la costruzione di un se solido e armonico. Figure di riferimento a corrente alternata, presenze che si materializzano e si smaterializzano, seguendo il meccanismo del “tutto” o “niente”, possono essere all’origine di funzionamenti psicologici “per estremi”: iper-stimolazione/iperattivita o vuoto insostenibile, soddisfazione completa o frustrazione profonda, da cui puo derivare un senso di valore di se e degli altri misurato sulla base delle sensazioni momentanee di gratificazione o frustrazione, soggette quindi ad oscillazioni abissali.

Si aggiunge al quadro in esame, la crescente instabilita delle famiglie di oggi: un numero sempre in aumento di separazioni coniugali, caratterizzate spesso da un’elevata conflittualita oltre che da repentini ed imprevedibili cambiamenti in termini di tempi condivisi, spazi in cui abitare, modalita di incontro, abitudini. Assistiamo inoltre a trasformazioni significative della famiglia tradizionale, con la comparsa spesso di nuovi personaggi e la costituzione di nuovi nuclei familiari. Modificabilita, fluidita, flessibilita, precarieta, esperienze che difficilmente rispondono alle esigenze di continuita, solidita, coerenza, stabilita che abbiamo visto essere fondamentali per un soggetto in crescita.

Infine osserviamo, nella cultura contemporanea, il predominio del “fare” sullo “stare” (Grandi & Lerda 2013): l’uomo di oggi e inserito in un vorticoso e incessante movimento che lo vede passare da un impegno all’altro, da un ambiente ad un altro, da un’attivita ad un’altra, da un contatto ad un altro. Una modalita iperattiva, frammentata e discontinua, che coinvolge adulti e bambini, e non consente loro di fermarsi (forse anche per evitare l’esperienza della noia, che rimanda oggi ad una insostenibile angoscia del vuoto). Uno stile di vita che disabitua gli adulti e non permette ai bambini di abituarsi a “stare”: stare in un luogo, stare in un gioco, stare ad ascoltare, stare ad osservare, stare a parlare, stare nella relazione, semplicemente godere della presenza dell’altro, dello “stare con”. I genitori oggi danno molto ai loro bambini, ma tendenzialmente stanno poco con loro.

Se il maggior rischio evolutivo in passato derivava dal maltrattamento, dalla trascuratezza o dal non riconoscimento dei bisogni emotivi dei bambini nei legami di attaccamento primari, da cui si potevano sviluppare carenza di sicurezza personale, rabbia, conflitto intergenerazionale e problematiche dell’autostima, oggi il rischio piu significativo e dato dall’impronta narcisistica dei legami familiari, dalla loro discontinuita e frammentarieta, da cui possono derivare centratura su di se, fragilita identitaria, oscillazione tra opposti dell’immagine di se e del mondo (onnipotenza/impotenza, iper- valorizzazione/iper-svalutazione), fuga dall’incontro e da se stessi attraverso l’iperattivita, individualismo e dipendenza patologica.

5.2. La fiducia

La seconda esperienza di base che vogliamo prendere in esame e quella della fiducia. E un’esperienza così fondamentale per la crescita della persona che Erik Erikson (1950), nella sua teorizzazione sugli otto stadi dello sviluppo psicosociale dell’uomo, la pose come compito evolutivo della prima fase, tra gli 0 e i 2 anni vita. Cio significa che il bambino, per iniziare a crescere, deve necessariamente sperimentare la fiducia, che costituisce la base per tutte le successive tappe evolutive.

In un’esperienza relazionale sana tra bambino e genitore, si viene a creare una concatenazione virtuosa di atti di fiducia. Innanzitutto il genitore deve coltivare buona fiducia in se stesso in quanto genitore: questo permette al bambino di sentire di potersi fidare di lui e a lui poter fare riferimento. In secondo luogo il genitore deve fidarsi del bambino e delle sue potenzialita evolutive: questo consente al bambino, a sua volta, di sviluppare fiducia in se stesso e negli altri.

Rispetto al primo punto, registriamo oggi significativi cambiamenti: i genitori si sentono tendenzialmente piu insicuri, impreparati e temono spesso di non essere in grado di compiere bene il proprio compito (Di Summa 2013). Cio che un tempo veniva espletato con naturalezza ed istintivita, e oggi qualcosa per cui ci si sente carenti, bisognosi di una preparazione specifica. Come se, un tempo, il fatto stesso di diventare biologicamente genitori garantisse di essere capaci di svolgere questo ruolo. Se e vero che le minori conoscenze a livello pedagogico e psicologico e un minor grado di consapevolezza circa l’importanza del modo di prendersi cura dei bambini portava i genitori ad interpellarsi di meno circa l’educazione dei figli, e anche vero che vi era un sapere implicito che si tramandava, mansioni di cura che si imparavano naturalmente, un “occuparsi di” che faceva parte della vita familiare e riguardava anche i bambini e i ragazzi, quando un numero piu elevato di figli richiedeva ai fratelli maggiori di seguire i minori. Oggi, il venir meno di queste esperienze, insieme alla maggiore complessita del mondo in cui viviamo, rendono i genitori contemporanei decisamente piu confusi e disorientati di fronte ad un compito che sembra impossibile.

Cio puo produrre un atteggiamento debole del genitore di fronte al bambino, eccessivamente dubbioso e timoroso, che non trasmette solidita e sicurezza. Il bambino si sente coperto di attenzioni, di oggetti e di ansieta, ma spesso non garantito, non protetto, non guidato. Egli ha bisogno di essere ascoltato, ma anche di essere indirizzato, ha bisogno di qualcuno che gli dica che cosa si deve fare e come bisogna fare certe cose, qualcuno che gli permetta di sperimentarsi, ma che gli ponga anche dei limiti. Ha bisogno di sentire dei genitori forti, piu forti di lui, in grado di sorreggerlo e di contenerlo, in grado di difenderlo anche da se stesso, da quelle spinte che lo potrebbero mettere in pericolo.
La forza e l’autorevolezza del genitore devono essere regolate e “impastate” con la fiducia che il genitore ripone nelle capacita evolutive del bambino. Se il genitore si fida delle capacita e delle peculiarita del figlio, la sua autorevolezza non si tradurra in autoritarismo: forza, fermezza, guida, limite, ma non modalita che annulla, non riconosce, schiaccia, plasma a sua immagine e somiglianza.

Avere fiducia nelle potenzialita evolutive del bambino vuol dire anche non sostituirsi a lui, lasciare che affronti le sue difficolta, che trovi le sue soluzioni. Se una mamma prende in braccio il bambino ogni volta che piange e come se gli dicesse implicitamente: “Da solo non ce la fai, hai bisogno di me per stare bene”. L’educazione viziante, molto diffusa oggi, vede il genitore impegnato ad evitare ogni difficolta al bambino, ad eliminare possibili esperienze di frustrazione e di sofferenza, spesso sostituendosi a lui. Tale modalita non aiuta il bambino a crescere, sia perche non gli permette fattivamente di trovare proprie soluzioni ai problemi e di allenarsi a farlo, sia perche gli trasmette un messaggio di sfiducia: “Non mi fido delle tue capacita, non ci riesci da solo, lascia che faccia io”. E il bambino, che si fida del genitore, pensa che sia proprio così e lascia fare, anzi a volte inizia a pretendere che siano la madre o il padre a fare le cose che dovrebbe fare lui, che intervengano subito in suo soccorso, che provvedano immediatamente a soddisfare ogni sua voglia per non dover sopportare una frustrazione. Il bambino diventa un piccolo tiranno, che nasconde, dietro la facciata arrogante e prepotente, una profonda fragilita e sfiducia nelle proprie capacita e risorse.

Come prima accennato infatti, l’esito della catena della fiducia e proprio la fiducia o sfiducia che il bambino sviluppa riguardo a se stesso, l’immagine di se che costruisce. Analogamente a quanto detto riguardo all’attaccamento, sviluppare fiducia in se stessi all’interno di un legame “sicuro” consente di potersi allontanare dal porto e sperimentarsi nel mondo. Inoltre l’aver fatto esperienza di rapporti di fiducia, di rapporti che non schiacciano ma accompagnano e sostengono, permette al bambino, crescendo, di avere maggiori possibilita di fidarsi di altri che incontra sulla propria strada e di sentirsi degno di fiducia.

Fidarsi dell’altro, proprio sul modello di una relazione primaria equilibrata, non significa delegare all’altro, lasciare che l’altro faccia, o lasciarsi condizionare o schiacciare dall’altro, ne pretendere da lui, ma significa decidere di condividere, permettere all’altro di entrare un po’ o tanto nella propria vita, beneficiare del suo aiuto e volerlo dare senza timore di essere sfruttati o rimanere intrappolati. Una fiducia che permette di andare verso l’altro, con attenzione, con prudenza, ma anche correndo qualche inevitabile rischio, sapendo di poterlo sostenere. La fiducia in se stessi e una certa solidita del se, permettono anche di affrontare eventuali delusioni o tradimenti, senza per questo ritirarsi in una chiusura solipsistica difensiva.
Pensare di potersi fidare solo di se stessi e un atteggiamento difensivo molto penalizzante, una scelta spesso dettata dalla paura, di fatto dalla mancanza di fiducia in se stessi, dal timore di non riuscire a sopportare la sofferenza in caso di abbandono, dall’angoscia di perdere la propria individualita e la propria liberta. Nella trincea dei muri difensivi o dall’alto del piedistallo su cui il narcisista si colloca si finisce per sperimentare situazioni di stagnazione, di inaridimento, di svuotamento di significato e, spesso, di malattia, come vedremo (Grandi 2002).

5.3. Il desiderio

Ed e proprio all’interno dell’esperienza del legame che si presenta la dinamica del desiderio, il terzo fattore su cui richiamiamo la nostra attenzione. Laddove, come illustra efficacemente Recalcati (2012), il legame mantiene una connotazione fusionale-narcisistica, il bisogno e immediatamente soddisfatto e la madre non e persona, ma “seno”, oggetto di consumo, non si sviluppa il desiderio. Perche si sviluppi il desiderio e necessaria la Legge, la Legge del Padre, il Terzo che si inserisce nella diade fusionale originaria e mette dei limiti, definisce dei confini, impone delle distanze. Allora inizia a delinearsi l’Altro, il suo esistere separato da me, con le sue caratteristiche, le sue esigenze, i suoi tempi e i suoi modi. Non e oggetto da divorare, includere, distruggere attraverso l’espressione libera delle pulsioni, ma e persona separata con cui interagire, verso cui si sviluppano sentimenti e di cui si puo anche sentire la mancanza quando e lontana e desiderare il suo ritorno, il ricongiungimento.

Un legame dunque in cui si differenzia un Io e un Tu, in cui, come dice Recalcati, “non si puo avere tutto, godere di tutto, sapere tutto, essere tutto”, dove si profila quindi l’eventualita dell’attesa, della frustrazione, della rinuncia, dell’impegno per raggiungere un obiettivo o per mantenere il legame stesso, del sacrificio, ma anche della creativita, dello scambio, del progetto, dell’impresa, della generativita. Senza l’esperienza del limite, non c’e veramente relazione tra un Io e un Tu, un riconoscimento reciproco, il desiderio dell’Altro e il desiderio di essere desiderato dall’Altro, il sentire di avere un valore per l’altro e che l’altro ha valore per me, ma c’e godimento avido, individualista, centrato sull’oggetto feticcio, capriccioso, compulsivo, sregolato, privo di responsabilita, possessivo, distruttivo e autodistruttivo, di fatto anche angosciante.

Il desiderio, dunque, ha una struttura relazionale: proviene dall’Altro e si dirige verso l’Altro. Desiderio, relazione e limite sono strettamente interconnessi nello sviluppo psicologico dell’uomo. Anche rispetto a cio, scorgiamo alcuni rischi nei modelli relazionali proposti dalla cultura contemporanea.

Charmet (2000), gia alcuni anni fa, notava l’avvenuto passaggio da un modello di famiglia di tipo etico-normativo ad un modello di tipo affettivo. La famiglia etica era strutturata sul principio di autorita ed era volta a trasmettere norme e valori: principale obiettivo educativo era che i figli “si comportassero bene e trovassero un posto nella societa”. La famiglia affettiva di oggi, invece, e dedita primariamente a trasmettere affetto e a provvedere alla felicita dei figli: l’obiettivo e che i figli “stiano bene, siano felici, non soffrano”. C’e sicuramente un guadagno dal punto di vista della disponibilita, della vicinanza emotiva, dell’accompagnare, del sostenere con affetto e calore, ma il rischio e che le modalita affettive possano sconfinare in stili educativi iperprotettivi o vizianti che, proprio perche non introducono limiti e norme, non stimolano il desiderio, ma forniscono appagamento immediato, godimento istantaneo, evitamento di ogni forma di frustrazione o limitazione delle possibilita. Con questo approccio educativo, faticano a svilupparsi l’intraprendenza, l’impegno, l’assunzione di responsabilita, il riconoscimento e il rispetto dell’altro come persona “altra” da me e non oggetto di gratificazione, il saper aspettare, rinunciare, tollerare la frustrazione del non avere subito e del non riuscire subito. La carenza di queste attitudini non solo penalizza, rende fragile il bambino/ragazzo di fronte ai compiti della vita, ma lo rende incapace di costruire e mantenere legami significativi nel tempo.

Questo stile educativo, inoltre, pur aspirando alla costruzione idealizzata del nido perfetto, della famiglia felice i cui membri provvedono alla reciproca gratificazione, spesso produce piccoli narcisi che finiscono per tiranneggiare anziche gratificare il genitore, portandolo talvolta a sviluppare reazioni aggressive ed espulsive.

5.4. La cura

Il discorso appena sviluppato ci induce ad affrontare il concetto di cura, la quarta dimensione caratterizzante i legami affettivi primari. E evidente che un essere umano per crescere ha bisogno di cure. Ma che cosa intendiamo per cura? E quali cure?

Rene Spitz, psicoanalista austriaco, nei suoi studi sui bambini orfani dopo la seconda guerra mondiale, aveva osservato che bambini molto piccoli si lasciavano morire o sviluppavano gravissimi sintomi depressivi anche se venivano accuditi dalle infermiere nei loro bisogni fisiologici in maniera piu che adeguata (Spitz 1965). Che cosa mancava? Mancava un adulto che si prendesse “cura” di loro, nel senso piu profondo del termine. Non solo cure materiali (nutrire, rispondere ai bisogni fisiologici, curare la salute) e neanche solo cure affettive generiche (fornire genericamente contatto fisico, calore, affetto), ma, come dice Luigina Mortari (2006), cure “particolari”, non “anonime”, cioe cure che tengano conto dell’unicita e peculiarita di quel bambino, cure che si basino sul riconoscimento dell’altro, sul desiderio dell’altro e del suo bene.
Il bambino, cioe, ha bisogno di sentire di essere nella mente del genitore. E il genitore che cura, avendo a mente il bambino e riconoscendo le sue potenzialita ad esistere, a crescere, a diventare adulto, si adopera perche vi siano le condizioni affinche queste potenzialita possano tradursi in reali capacita, il bambino possa sperimentarle, riconoscerle e svilupparle per poter “diventare quello che puo essere”. Non si tratta dunque di forgiare, ma di permettere al soggetto di cui ci prendiamo cura di trovare e percorrere la sua strada esistenziale. Si tratta quindi di coltivare e consentire al soggetto stesso a sua volta di custodire e nutrire il “desiderio di esistere”, di esserci nella propria qualita unica e singolare. Si tratta anche di mantenere viva la fiducia originaria nella vita, in se stessi e negli altri; questa fiducia, anche se ben coltivata e sperimentata nelle relazioni primarie, rimane di fatto fragile di fronte alle fatiche dell’esistere e del crescere. E necessario dunque continuare a prendersene cura perche possa mantenersi e svilupparsi.

Nelle pratiche educative contemporanee assistiamo, per certi versi, ad una svalutazione del “prendersi cura” inteso in questo modo. Recentemente abbiamo piu spesso sentito parlare, ad esempio in ambito scolastico, di apprendimento efficace, sviluppo delle competenze, obiettivi didattici. Quindi tecniche, strategie, modelli per aumentare l’efficacia dell’insegnamento e potenziare gli apprendimenti. Nello stesso tempo verifichiamo una crescente necessita di categorizzare, incasellare, medicalizzare: in ogni classe abbiamo gli alunni con DSA, gli iperattivi, gli autistici, gli stranieri, gli svantaggiati sociali. E i bambini dove sono finiti? E senza dubbio utile riconoscere e definire le difficolta, gli eventuali profili psicopatologici, così come le capacita e le competenze individuali, in modo da predisporre interventi didattici finalizzati a valorizzare ed ottenere il massimo dei risultati a partire dalle potenzialita presenti in ciascuno. Ma sarebbe altresì importante che insegnanti ed educatori dedicassero energie e tempo nei loro percorsi di formazione ed aggiornamento, e poi nella loro pratica professionale, per sviluppare o potenziare la propria sensibilita e le proprie capacita di accostarsi al bambino per coglierne le sue peculiarita e modalita esistenziali, non solo le sue abilita, le sue competenze o i suoi deficit. Cio risulta indispensabile affinche il processo educativo si sviluppi nella dimensione del “prendersi cura” e non solo del redigere documenti e piani individualizzati che stabiliscano misure dispensative e compensative e criteri di valutazione (seppur utili). Si tratta di saper cogliere e almeno tentare di entrare in sintonia con il “modo di essere al mondo” di quel bambino o di quel ragazzo, e di lavorare con lui affinche sviluppi consapevolezza di se, delle proprie potenzialita e delle proprie difficolta, non solo sul piano cognitivo, ma anche emotivo e relazionale, e possa coltivare fiducia nella possibilita di diventare quello che puo essere.

Ma ancora una volta questo non puo che passare attraverso la relazione, non attraverso un test o una tecnica educativa. Un prendersi cura che sostenga il desiderio di esserci e la fiducia del bambino in se stesso, e nello stesso tempo gli permetta di vivere l’esperienza dell’“essere con” e le potenzialita creative che si sprigionano dalla relazione.

Sentire che qualcuno si prende cura di me significa sentirmi nella mente di qualcuno, non solo nel senso che qualcuno si ricorda di me, ma anche nel senso che qualcuno mi riconosce, mi pensa, elabora qualcosa proprio per me, per come sono fatto io, per quelle che sono le mie caratteristiche e le mie possibilita di crescita. Qualcuno che parte da me, non da un’immagine ideale di me o un’immagine anonima di bambino o di persona.

C’e da aggiungere, a proposito del discorso sulla cura e piu in generale delle relazioni, che, se e vero che siamo predisposti alla relazione e che l’aver ricevuto cure apre alla possibilita di offrire cure a nostra volta, cio non avviene automaticamente: e necessario un intervento educativo. La predisposizione alla relazione diventa capacita e pratica se viene educata. Educare alla relazione non vuol dire solo amare il bambino affinche diventi capace di amare, ma anche metterlo nelle condizioni perche si eserciti ad amare e chiedergli di farlo. Vuol dire, ad esempio, aiutarlo gradualmente a prendere coscienza che la relazione, a partire da quella con il genitore, deve andare nelle due direzioni, deve essere caratterizzata da reciprocita. E quindi portarlo a riconoscere che il genitore non e solo un dispensatore di cure, ma un soggetto che deve essere riconosciuto in quanto tale, che dunque richiede rispetto, attenzione, collaborazione. Il bambino deve essere stimolato a cooperare, ad aiutare, a mettersi al servizio a partire dall’ambiente familiare, con i genitori, con i fratelli. La connotazione narcisistica delle relazioni primarie (di cui abbiamo parlato), la tendenza alla viziatura, il contrarsi delle famiglie, sempre piu isolate nel nucleo stretto e sempre piu caratterizzate dalla presenza di un solo figlio, hanno notevolmente ridotto l’azione educativa, che passa attraverso la pratica quotidiana, volta a sviluppare la capacita di “prendersi cura”.

Le argomentazioni finora proposte ci riportano alle premesse: da un lato abbiamo la conferma che la relazione e presupposto imprescindibile, esperienza irrinunciabile, fondante e peculiare dell’uomo, indispensabile per la sua crescita e la sua vita; dall’altro risulta evidente che i mutamenti socio- culturali e le trasformazioni degli stili di vita sicuramente hanno influito ed influiscono sul modo di vivere oggi le relazioni e sulle caratteristiche dei legami. A partire dall’esame dei legami primari, su cui si struttura la personalita e che fungono da modello per le successive esperienze relazionali, ravvisiamo elementi di criticita che riguardano la continuita, la profondita, la stabilita e, ancor prima, il desiderio del legame stesso e del suo mantenimento. E messa in crisi la capacita di “stare” in relazione e di “rimanere” in relazione, di viversi in una prospettiva progettuale condivisa.

6. “Stare” in relazione oggi: l’importanza di cogliere e sviluppare i segnali promettenti

Tale analisi della societa contemporanea puo portare ad un certo scoraggiamento, indurre a vedere nelle attuali tendenze e nel funzionamento degli individui e dei gruppi sociali di oggi qualcosa di gia deteriorato ed ancora in rapida evoluzione negativa. Allo stesso tempo tuttavia, la trattazione svolta evidenzia che, se sappiamo rivedere, riconoscere e rimettere in gioco cio che e intrinsecamente ed essenzialmente umano fin dal momento in cui siamo concepiti, se sappiamo cogliere alcuni segnali deboli che anche le nuove generazioni producono e se sappiamo leggere tra le righe di alcuni eventi e comportamenti di oggi, troviamo tracce e premesse di possibili “futuri” meno catastrofici o addirittura promettenti.

Vediamo sinteticamente alcuni di questi segnali.

Facendo riferimento alla mia esperienza professionale di psicoterapeuta e ai continui confronti con i colleghi dell’Istituto di Psicologia Individuale “A. Adler”, posso testimoniare che e sempre piu frequente la richiesta di consulenza da parte di genitori, che si mettono autenticamente in gioco per rivedere e provare a modificare non solo il loro modo di educare, ma anche il loro modo di “stare” nelle relazioni familiari. Questo, certo, evidenzia una fragilita presente, ma anche una volonta e un impegno a lavorare su di se. Assistiamo anche, negli ultimi anni, ad un aumento significativo della richiesta di consulenze, incontri, conferenze, corsi sui temi della relazione educativa e, in particolare, delle regole e dei limiti, da parte di scuole, associazioni di genitori, enti di formazione. E vero che queste richieste sono dettate in prima battuta dalla difficolta in cui si trovano i genitori e gli insegnanti alle prese con bambini ingestibili, ma contemporaneamente e senza dubbio aumentata la consapevolezza che gli stili educativi permissivi e vizianti risultano fallimentari ed ostacolano la crescita individuale e sociale, con una serie di conseguenze sul modo di vivere le relazioni e i legami di cui abbiamo parlato. Vediamo anche, lavorando nelle scuole, che, accanto alla “medicalizzazione” e “classificazione” a cui si accennava prima, si stanno sviluppando tutta una serie di iniziative e buone prassi orientate a curare la relazione tra insegnante e allievo e a favorire la socializzazione, la cooperazione, la solidarieta, lo spirito di gruppo tra studenti, sia attraverso la costruzione di un ambiente favorevole, sia attraverso la proposta di attivita esperienziali orientate (in questo la psicologia e la filosofia applicata danno importanti contributi). E la nostra esperienza ci mostra che i ragazzi colgono, si lasciano sollecitare e “risuonano” perche riconoscono la profondita di tali esperienze.

Vi sono anche persone adulte che decidono di iniziare un percorso di psicoterapia, non solo per risolvere un disturbo o liberarsi da un sintomo, anche se spesso questa e l’urgenza iniziale, ma per interrogarsi e mettersi in discussione, avvertendo che lo stile di vita sviluppato, spesso malato dal punto di vista relazionale, deve essere messo sotto la lente di ingrandimento. Gli aspetti disarmonici di se che vanno consapevolizzati sono sempre, in qualche modo, legati alla propria storia di relazione e alle caratteristiche dei legami sperimentati. Allo stesso modo, il processo di guarigione non passa attraverso la riparazione o la sostituzione di un pezzo rotto o mancante, ma attraverso la rivisitazione e ridefinizione di se nel rapporto con gli altri.

Nei racconti delle persone che incontriamo per lavoro o nella vita privata, inoltre, sentiamo spesso il rifiorire del desiderio di “stare con”: dopo anni di tendenza alla dispersione e all’isolamento, vediamo ora spinte in contro- tendenza. Si moltiplicano i luoghi di ritrovo, magari meno naturali del cortile o della piazza di un tempo, ma “costruiti” nella forma di locali, feste, eventi culturali, manifestazioni che, tuttavia, a fianco del risvolto commerciale, denunciano un desiderio di relazione, di condivisione, di appartenenza (pur dovendo fare opportuni distinguo situazione per situazione). Allo stesso modo, il fiorire delle associazioni, delle organizzazioni di volontariato, delle iniziative umanitarie evidenziano questa tendenza (Guidi, Fonovic & Cappadozzi 2017). Se poi guardiamo al mondo giovanile, possiamo senza dubbio scorgere, tra le righe di fenomeni e comportamenti emergenti, segnali deboli ma significativi di riattivazione sul versante relazionale, che denunciano un bisogno ed un rifiorire dei legami. Da una recente ricerca del nostro Istituto sull’utilizzo della rete internet e dei social network da parte degli adolescenti e la ricaduta sul loro comportamento relazionale (Lerda & Lo Sapio 2014) si e evidenziato che, nonostante le “distorsioni” che tali strumenti introducono, continua a confermarsi un intimo bisogno di relazione e di legame, che va riconosciuto e coltivato.

I ragazzi di oggi, pur nelle loro contraddizioni, con il loro linguaggio e subendo le influenze del nostro tempo, continuano a dimostrare lo stesso bisogno, la stessa tensione di fondo. Nella maggior parte dei casi, nonostante si muovano sul terreno instabile e liquido della nostra cultura e dei nostri stili di vita, nonostante facciano esperienze relazionali discontinue o frammentate, nonostante si facciano interpreti di modalita superficiali, anonime o narcisistiche di relazione (di fatto piu semplici e di piu facile consumo), opportunamente interpellati e sollecitati, ancora esprimono il bisogno di una presenza, di relazioni reali e concrete, di costruire e mantenere legami solidi, di mettersi in gioco personalmente ed emotivamente nelle relazioni e di sentire che l’altro fa lo stesso con loro, il bisogno di continuita, stabilita, sicurezza, reciprocita.
Sta a ciascuno di noi recuperare questa consapevolezza e favorire cio che e presente ed essenziale in noi, non perche e bene fare così, perche “stare con gli altri” e mantenere legami e moralmente conveniente, ma perche noi siamo fatti così, e insito nella nostra natura, e se rinunciamo alle relazioni e ai legami, o se fuggiamo da essi, finiamo per ammalarci.
Come spesso ricorda L. G. Grandi nei suoi scritti e nei momenti di formazione, l’affermazione “io basto a me stesso” e espressione di malattia (Grandi 2016). Lo conferma anche la psicoanalista francese Ternynck, il cui celebre libro L’uomo di sabbia (2011) presenta come sottotitolo nella versione originale: “L’individualismo ci rende malati”. Pensare di bastare a se stessi vuol dire aver perso il contatto con la propria interiorita e con il nucleo essenziale di se e, allo stesso tempo, aver perso il contatto con la realta. Bastare a se stessi e un’illusione, da cui non puo che derivare insoddisfazione, malessere, solitudine, autodistruzione.
Consapevolizzare questo significa impegnarsi nella quotidianita ad “esserci” nelle relazioni con gli altri e a rivitalizzare quelle esperienze di sintonizzazione, attaccamento, fiducia, desiderio e cura, condizioni essenziali per una crescita sana ed una vita armonica.

7. Conclusioni

Il presente contributo, ripercorrendo le linee principali dei processi di sviluppo e delineando i bisogni evolutivi e le esperienze relazionali fondanti la costruzione della persona, non vuol essere soltanto una sintesi del pensiero di alcuni autori che si sono occupati di questi temi in ambito psicologico, ma si propone di evidenziare aspetti fondamentali della vita dell’uomo contemporaneo su cui orientare la nostra attenzione, le nostre riflessioni e, infine, il nostro impegno. La finalita e quella di contribuire ad alimentare una cultura e una prassi che rilancino un approccio sano alle relazioni e sostengano la possibilita di costruire ed esperire ancora legami “capaci di futuro”.

Il riconoscere i condizionamenti della cultura post-moderna sulle esperienze basilari dell’attaccamento, della fiducia, del desiderio e della cura, significa acquisire strumenti di lettura critica circa i comportamenti sociali e gli atteggiamenti educativi che stanno producendo mutamenti strutturali nel funzionamento psicologico dell’uomo, con ricadute sul modo di vivere le relazioni e costruire i legami, spesso penalizzanti dal punto di vista di un armonico sviluppo individuale e di una sana realizzazione all’interno della comunita in cui viviamo.

L’ipotesi centrale di questo lavoro e che, a fronte degli stimoli esterni da cui siamo costantemente sollecitati e dei nuovi bisogni indotti ed operanti in noi consapevolmente ed inconsapevolmente, si possa lavorare a livello educativo e formativo per non perdere di vista quelli che sono i presupposti essenziali ed irrinunciabili di un percorso armonico di crescita.

Si tratta di promuovere e sostenere riflessioni ed azioni concrete che permettano di riprendere contatto e dare spazio a quei sani bisogni di relazione evidenziati nella trattazione precedente, la cui realizzazione e indispensabile non solo per il soggetto in crescita, ma anche per l’individuo adulto che intenda accedere ad un percorso di vita rispondente alle sue istanze piu profonde, connotate da bisogni di condivisione, intimita e generativita.

La consapevolezza circa le conseguenze negative delle dinamiche narcisistiche, dell’instabilita dei legami familiari, della presenza intermittente dei genitori, della prevalenza del “fare” sullo “stare” nei percorsi di sviluppo (per citare alcuni degli aspetti trattati nei paragrafi precedenti) sollecita a porre attenzioni particolari nei confronti dei soggetti in crescita, al fine di rinforzare quelle esperienze che garantiscano la costruzione di legami di attaccamento caratterizzati da continuita, solidita, stabilita, reciprocita, fiducia. Tali esperienze costituiscono condizioni essenziali affinche il futuro adulto sia dotato della struttura psichica e degli strumenti necessari per costruire, sostenere e mantenere a sua volta relazioni e legami affettivi, indispensabili per il suo benessere. Sviluppare questa consapevolezza e agire per creare condizioni che facilitino la costruzione e la sperimentazione di relazioni educative sane, puo costituire anche per l’adulto di oggi uno stimolo per la propria vita, una motivazione ed un impegno a ritrovare dentro di se i bisogni e le spinte vitali fondamentali, che necessitano di essere espresse, alimentate, condivise.

La precarieta, l’insicurezza, la carenza di autorevolezza, la viziatura, l’indebolimento degli atteggiamenti di cura “particolare” (per citare altri aspetti affrontati in questo scritto) che permeano gli atteggiamenti e le pratiche educative odierne, devono essere portati a consapevolezza e problematizzati, al fine di stimolare processi di cambiamento attraverso opportuni interventi formativi. Riscoprire, ad esempio, il valore e l’utilita dei limiti e delle regole, pur tenendo conto della complessita e varieta degli attuali contesti, oppure coltivare un approccio alla persona che non isoli le parti e potenzi le prestazioni, ma si prenda cura della globalita e della specificita del soggetto inserito nella comunita, sono esempi di azioni educative e formative che agiscono contro tendenza (di cui vediamo gia importanti segnali oggi) e che risultano piu che mai potenti nei processi di accompagnamento alla crescita perche non rimangono sul piano astratto della teoria o dello slogan, ma si sviluppano nel concreto dell’esperienza relazionale (che diviene così, nel contempo, oggetto e strumento degli interventi stessi), rispondendo ai bisogni piu profondi dell’uomo e riattivando quel potenziale creativo che permette di guardare con speranza al domani.
In estrema sintesi di tratta di riconoscere, per poter rilanciare e coltivare, l’essenzialita e la potenza degli affetti e dei legami, ingredienti fondamentali ed irrinunciabili nella progettazione di una qualsiasi idea di futuro umanamente sostenibile. Estrapolando le parole del personaggio Titta di Girolamo nel film di Sorrentino

Opere citate

Adler, A. 1930. The Education of Children. Trad. it. Psicologia dell’educazione. Roma: Newton Compton (1975).
Bastianini, A. M. 2011. Psicoterapia infantile: una prospettiva di sviluppo per la pratica clinica adleriana, in: Il Sagittario, 28, 33–44.
Bauman, Z. 2002. Liquid Modernity. Trad. it: Modernità Liquida. Bari: Laterza (2011).
Bauman, Z. 2003. Liquid Love. On the Frailty of Human Bonds. Trad. it. Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. Bari: Laterza (2006).
Le conseguenze dell’amore (2004), potremmo dire: “Progetti per il futuro? Non sottovalutare le conseguenze dell’amore”
Bowlby, J. 1969. Attachment and Loss. Trad. it. Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’attaccamento alla madre. Torino: Bollati Boringhieri (1999).
Charmet, G. P. 2000. I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida. Milano: Raffaello Cortina.
Di Summa, F. 2013. Essere protagonisti nella costruzione del benessere: famiglia e scuola in sinergia, in L. G. Grandi & G.S. Lerda (eds.) Per i nostri figli, pp. 75–84. Cuneo: Percorsi.
Erikson, E. 1950. Childhood and Society. Trad. it. Infanzia e Società. Roma: Armando (2008).
Gallese, V., Keysers, C., & Rizzolatti, G. 2006. A Unifying View of the Basis of Social Cognition. Trends in Cognitive Sciences, 396–403.
Gallese, V. 2006. Intentional Attunement: A Neurophysiological Perspective on Social Cognition. Brain Res. Cog. Brain Res., 1079, 15–24.
Gallese, V. 2007. Dai neuroni specchio alla consonanza intenzionale: Meccanismi neurofisiologici dell’intersoggettivita. Rivista di Psicoanalisi, 1, 197–208.
Grandi, L. G. & Lerda, G. S. 2013. Per i nostri figli. Cuneo: Percorsi.
Grandi, L. G. 2002. Viaggio nell’uomo. Torino: Ideanet.
Grandi, L. G. 2016. Amore e psyche. Percorsi di psicoterapia individual-psicologica. Torino: Effata Editrice.
Guidi, R., Fonovic, K., & Cappadozzi, T. 2017. Volontari e attività volontarie in Italia. Bologna: Il Mulino.
Lerda, G. S. & Lo Sapio, V. 2014. The Precariousness of Relationships During the Age of the Digital Native. Aloma. Revista de Psicologia, Ciencies del’Educaciò i de l’Esport, 32 (2), 77–83.
Lorenz, K. 1949. Er redete mit dem Vieh, den Vögeln und den Fischen. Trad. it.
L’anello di Re Salomone. Milano: Adelphi (2003).
Mortari, L. 2006. La pratica dell’aver cura. Milano: Bruno Mondadori.
Recalcati, M. 2012. Ritratti del desiderio. Milano: Raffaello Cortina.
Rizzolatti, G. & Sinigaglia, C. 2006. So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Milano: Raffaello Cortina.
Siegel, D. J. 1999. The Developing Mind. Trad. it. La mente relazionale.
Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Milano: Raffaello Cortina(2001).
Spitz, R. & Cobliner, W. G. 1965. The first Year of Life: A Psychoanalytic Study of
Normal and Deviant Development of Object Relation. Trad. it. Il primo anno di vita del bambino. Studio psicoanalitico sullo sviluppo delle relazioni oggettuali. Roma: Armando (1972).
Stern, D. N. 1985. The Interpersonal World of the Infant. Trad. it. Il mondo interpersonale del bambino. Torino: Bollati Boringhieri (1987).
Ternynck, C. 2011. L’homme de sable: Pourquoi l’individualisme nous rend malades. Trad. it. L’uomo di sabbia. Individualismo e perdita di sé. Milano: Vita e Pensiero (2012).
Winnicott, D. 1951. Transitional Objects and Transitional Phenomena. Trad. it. Oggetti transizionali e fenomeni transizionali. Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze: Psycho (1991).

 

 

I “nuovi bambini” in psicoterapia: dalle dinamiche impotenza-onnipotenza al processo inferiorità-superiorità. Riflessioni e strategie terapeutiche

I “nuovi bambini” in psicoterapia: dalle dinamiche impotenza-onnipotenza al processo inferiorità-superiorità. Riflessioni e strategie terapeutiche BLAST

Summary – NEW CHILDREN IN PSYCHOTHERAPY: FROM OMNIPOTENCE-IMPOTENCE DYNA- MICS TO INFERIORITY-SUPERIORITY PROCESS. REFLECTIONS AND THERAPEUTIC STRATE- GIES. Recent socio-cultural changes have a significant impact on the growth process of children today and produce new psychic dynamics. The inferiority feeling theorized by Individual Psychology, based on expe- rience first and then awareness of his own limitations that leads to the desire to overcome them, gives way to the illusion of omnipotence created by the lack of limits that characterizes the new educational styles. The weakening of the Father’s Law produces the child remain in the kingdom of pleasure, narcissistic bond, non-recognition of the Other. Even in psychotherapy, we notice a decrease of cases in which the initial focus of the intervention treats the compensations of inferiority feelings, while we see an increase of situa- tions where it is necessary to provide a containment and differentiation of a chaotic and unregulated inner world, to support the recognition of limits and of the Other, to reinforce the capacity to tolerate frustration that the impact with social reality implies, to reduce omnipotence-impotence oscillations to which the child today is exposed. Objectives of this communication are to present these phenomena and to describe the kind of work on the emotional world that is necessary in therapy with new children, through careful modulation of the relationship and a parallel training for parents in order to produce changes in educational methods. In many situations, the psychotherapeutic work on inferiority feeling, compensations and their harmonization with social interest is a more advanced step in which the child accesses only after reaching a more mature psychic level of functioning.

La società contemporanea è attraversata da profondi cambiamenti dettati da numerosi fattori: la precarietà economica e sociale, il relativismo culturale ed etico, la globaliz- zazione e il superamento dei limiti, il post-materialismo e l’individualismo.
Sul piano delle relazioni interpersonali, Z. Bauman [3] parla di “amore liquido”, per indicare relazioni caratterizzate da istantaneità, brevità, transitorietà, superficialità, oc- casionalità ed inconsistenza. Relazioni che potremmo meglio definire “contatti”, per utilizzare un termine molto frequente sul web. Contatti che si attivano e si spengono con facilità, mantenuti fino a che producono un beneficio, un piacere, un soddisfacimento immediato dei propri bisogni; approcci che rifiutano la compenetrazione, rela- zioni costruite apposta per poter essere interrotte facilmente, senza fatiche o sofferenze. È evidente che tali aspetti vadano ad incidere anche sul processo di crescita dei bam- bini e producano nuove dinamiche psicologiche. Il sentimento di inferiorità teorizzato dalla Psicologia Individuale, fondato sull’esperienza prima e la consapevolezza poi dei propri limiti da cui scaturisce il desiderio del loro superamento, cede il passo all’il- lusione di onnipotenza dettata dalla carenza di limiti che caratterizza i nuovi stili edu- cativi. L’indebolimento della Legge del Padre produce il permanere del bambino nel regno del piacere, del legame narcisistico, del non-riconoscimento dell’Altro da Sé.

Mediamente i genitori di oggi non mancano di attenzioni nei confronti dei bisogni che i bambini esprimono [8]. Anzi, molto spesso il bambino appare come un “piccolo re”, le cui richieste vengono soddisfatte ancor prima di essere espresse, al riparo da ogni forma di sofferenza o mancanza. Il bambino non è più risorsa materiale per la famiglia, da allevare come futura forza lavoro per il bene individuale e comune, ma, nella società del benessere, il figlio può rappresentare più spesso un oggetto di sod- disfazione narcisistica per il genitore (o come dice Bauman un “oggetto di consumo emotivo”), oppure un prodotto da esibire, come testimonianza della propria efficienza, misurata sulla base dell’agio e delle opportunità che si possono offrire, e delle compe- tenze ed eccellenze che il bambino riuscirà a sviluppare.

Questa impronta narcisistica del legame primario può fare da “stampo” nel processo di costruzione del sé e da “modello” per le relazioni future. Più che fornire al bam- bino risposte coerenti ai bisogni sani di sviluppo, quindi funzionali al suo rinforzo in prospettiva futura, le risposte ruotano attorno alla soddisfazione narcisistica del genitore e del bambino. Il bambino è oggetto gratificante e soggetto da gratificare. Si sviluppa, non tanto la spinta ad affrontare la vita coraggiosamente, a diventare un adulto capace e responsabile, ad inserirsi dignitosamente e produttivamente nella società, a contribuire al bene comune attraverso la capacità di riconoscere l’altro e di cooperare, quanto piuttosto l’illusione dell’onnipotenza e il bisogno di essere visto, considerato, ammirato. Su questa base anche le relazioni future tendono a costruirsi su un registro narcisistico. L’altro serve per ricevere conferme, sentirsi importanti, al centro dell’attenzione non è un soggetto con cui condividere, completarsi, arricchirsi, progettare, costruire.

Oggi, osserviamo anche un’altra caratteristica delle relazioni primarie: l’intermitten- za. Quando il genitore è presente, appare completamente dedicato, ha un’attenzione esclusiva, quasi morbosa: non deve mancare nulla, il rapporto deve essere perfetto. Ma in altri momenti il genitore non c’è e non c’è proprio per nulla, né fisicamente né mentalmente (assorbito completamente da qualcos’altro) e viene sostituito da surro- gati genitoriali. Da qui una certa discontinuità che non contribuisce alla costruzione di quel senso di permanenza, stabilità, coerenza, continuità necessari per la costru-zione di un Sé solido ed armonico. Figure che si materializzano e si smaterializzano, seguendo il meccanismo del “tutto” o “niente”, possono contribuire al rinforzo di particolari funzionamenti psicologici “per estremi”: iper-stimolazione/iperattività o vuoto insostenibile, soddisfazione completa o frustrazione profonda, da cui un senso di valore di sé e degli altri, misurato sulla base delle sensazioni momentanee di grati- ficazione o frustrazione, sono soggette quindi ad oscillazioni abissali.

È evidente inoltre, nella cultura contemporanea, il predominio del “fare” sullo “stare” [8]: l’uomo di oggi è inserito in un vorticoso ed incessante movimento che lo vede passare da un impegno all’altro, da un ambiente ad un altro, da un’attività ad un’altra, da un contatto ad un altro. Una modalità iperattiva, frammentata e discontinua, che coinvolge adulti e bambini e non consente loro di fermarsi. Uno stile di vita che disa- bitua gli adulti e non permette ai bambini di abituarsi a “stare”: stare in un luogo, stare in un gioco, stare ad ascoltare, stare ad osservare, stare a parlare, stare nella relazione, semplicemente godere della presenza dell’altro, dello “stare con”. Oggi, i genitori danno molto ai loro bambini, ma tendenzialmente stanno poco con loro.

In passato, il maggior rischio evolutivo derivava dal maltrattamento, dalla trascura- tezza o dal non riconoscimento dei bisogni emotivi dei bambini, da cui si potevano sviluppare carenza di sicurezza personale, rabbia, conflitto intergenerazionale e pro- blematiche dell’autostima. Oggi il rischio più significativo è dato dall’impronta narci- sistica dei legami familiari, dalla loro discontinuità e frammentarietà, da cui possono derivare centratura su di sé, fragilità identitaria, oscillazione tra opposti (onnipotenza/ impotenza, iper-valorizzazione/iper-svalutazione), fuga dall’incontro e da se stessi at-traverso l’iperattività, individualismo e dipendenza patologica.

I genitori di oggi si sentono tendenzialmente più insicuri, impreparati e temono spes- so di non essere in grado di svolgere bene il proprio compito [5]. Ciò che un tempo veniva espletato con naturalezza ed istintività, è oggi qualcosa per cui ci si sente carenti, bisognosi di una preparazione specifica. Ciò può produrre un atteggiamento debole del genitore di fronte al bambino, eccessivamente dubbioso e timoroso, che non trasmette solidità e sicurezza. Il bambino si sente coperto di attenzioni, di oggetti e di ansietà, ma spesso non garantito, non protetto, non guidato. Egli ha bisogno di essere ascoltato, ma anche di essere indirizzato, ha bisogno di qualcuno che gli dica che cosa si deve fare e come bisogna fare certe cose, qualcuno che gli permetta di spe- rimentarsi, ma che gli ponga anche dei limiti. Ha bisogno di sentire dei genitori forti, in grado di sorreggerlo e di contenerlo, in grado di difenderlo anche da se stesso, da quelle spinte che lo potrebbero mettere in pericolo.

La forza e l’autorevolezza del genitore devono essere regolate e “impastate” con la fiducia che il genitore stesso ripone nelle capacità evolutive del bambino. Se il ge- nitore si fida delle capacità e delle peculiarità del figlio, la sua autorevolezza non si tradurrà in autoritarismo: forza, fermezza, guida, limite, ma non modalità che annulla, non riconosce, schiaccia, plasma a sua immagine e somiglianza. Avere fiducia nelle potenzialità evolutive del bambino, vuol dire anche non sostituirsi a lui, lasciare che affronti le sue difficoltà, che trovi le sue soluzioni. Sviluppare fiducia in se stessi all’interno di un legame “sicuro” consente di potersi allontanare dal porto e sperimen- tarsi nel mondo. Inoltre, l’aver fatto esperienza di rapporti di fiducia, di rapporti che non schiacciano ma accompagnano e sostengono, permette al bambino, crescendo, di avere maggiori possibilità di fidarsi di altri che incontra sulla propria strada e di sentirsi degno di fiducia.

È proprio all’interno dell’esperienza del legame che si presenta la dinamica del desi- derio. Laddove il legame mantiene una connotazione fusionale-narcisistica [11], lad- dove il bisogno è immediatamente soddisfatto e la madre non è persona, ma “seno”, oggetto di consumo, non si sviluppa il desiderio. Perché si sviluppi il desiderio è necessaria la Legge, la Legge del Padre, il Terzo che si inserisce nella diade fusionale originaria e mette dei limiti, definisce dei confini, impone delle distanze. Allora inizia a delinearsi l’Altro, il suo esistere separato, con le sue caratteristiche, le sue esigenze, i suoi tempi e i suoi modi. Non è oggetto da divorare, includere, distruggere attraverso l’espressione libera delle pulsioni, ma è persona separata da riconoscere e rispettare. Un legame dunque in cui si differenzia un Io e un Tu, dove si profila quindi l’even- tualità dell’attesa, della frustrazione, della rinuncia, dell’impegno per raggiungere un obiettivo o per mantenere il legame stesso, ma anche della creatività, dello scambio, del progetto, dell’impresa, della generatività.

Anche rispetto a ciò, scorgiamo alcuni rischi nei modelli relazionali proposti dalla cultura contemporanea.

Nel corso degli ultimi decenni, è avvenuto il passaggio da un modello di famiglia di tipo etico-normativo ad un modello di tipo affettivo [4]. La famiglia etica era struttura- ta sul principio di autorità ed era volta a trasmettere norme e valori: principale obietti- vo educativo era che i figli “si comportassero bene e trovassero un posto nella società”. La famiglia affettiva di oggi, invece, è dedita primariamente a trasmettere affetto e a provvedere alla felicità dei figli: l’obiettivo è che i figli “stiano bene, siano felici, non soffrano”. C’è sicuramente un guadagno dal punto di vista della disponibilità, della vi- cinanza emotiva, dell’accompagnare, del sostenere con affetto e calore, ma il rischio è che le modalità affettive possano sconfinare in stili educativi iperprotettivi, permissivi e vizianti che, proprio perché non introducono limiti e norme, non stimolano il deside- rio, ma forniscono appagamento immediato, godimento istantaneo, evitamento di ogni forma di frustrazione o limitazione delle possibilità. Con questo approccio educativo, i bambini faticano a sviluppare l’autonomia, la capacità di fronteggiare i problemi reali, il senso di responsabilità, la tolleranza alla frustrazione, il riconoscimento e il rispetto dell’altro come persona “altra” da loro e non oggetto di gratificazione.

Questo stile educativo, idealmente, aspira alla costruzione del nido perfetto, della “famiglia felice” i cui membri provvedono alla reciproca gratificazione, ma spesso produce piccoli narcisi che finiscono per tiranneggiare i genitori.

Il complesso di inferiorità sperimentato da questi bambini non trova adeguata com- pensazione in una sana aspirazione alla superiorità, ma dà vita a ipercompensazioni attraverso il dominio sull’altro e sviluppando fantasie di onnipotenza.
Alcune di queste riflessioni sulle caratteristiche dei bambini di oggi, sono frutto della cultura contemporanea e dei nuovi stili educativi.

Ma come si presentano questi “nuovi bambini” in psicoterapia?
Innanzitutto, notiamo un diminuire dei casi in cui il fulcro iniziale dell’intervento si articola attorno alla compensazione dei sentimenti di inferiorità, mentre registriamo un incremento delle situazioni in cui è necessario sostenere un processo di conte- nimento e differenziazione di un mondo interno caotico e non-regolato, di ricono- scimento del limite e dell’Altro da Sé, di rinforzo delle capacità di tollerare la fru- strazione che l’impatto con la realtà sociale comporta, di riduzione delle oscillazioni onnipotenza-impotenza a cui il bambino di oggi è esposto.

Come già sviluppato in altri articoli del nostro Istituto circa il lavoro con e attraverso l’immaginario nei percorsi di psicoterapia in età evolutiva [2, 9], è evidente che l’im- maginario infantile è da sempre popolato di personaggi coraggiosi che, affrontando difficoltà e pericoli, lupi e streghe, raggiungono insperate mete e conquistano ricchez- ze e cuori. È attraverso i processi di identificazione che i bambini si incoraggiano ed affrontano paure, risolvono dubbi, elaborano sentimenti ambivalenti. In psicoterapia, il giocare i diversi ruoli da parte del bambino e del terapeuta insieme, permette di met- tere in scena i vissuti e le dinamiche intra ed etero-psichiche, dove la stessa rappre- sentazione ha funzione, oltre che di contenimento, anche di incoraggiamento perché mostra possibili evoluzioni, implicite nel significato simbolico dei personaggi stessi e nelle sequenze spesso attinte dalla tradizione fiabesca.

Più recentemente, nuove figure e nuovi scenari affollano la fantasia dei bambini, tal- volta offrendo la medesima possibilità di rappresentare ed elaborare gli stessi conte- nuti del mondo interno semplicemente “vestiti” in modo differente, più spesso favo- rendo l’espressione ed il rinforzo di nuovi bisogni legati alla cultura contemporanea. I temi della distruttività e della potenza paiono essere quelli prevalenti, insieme ad una persistente inquietudine di fondo e ad un elemento magico-onnipotente pervasivo. I “nuovi personaggi” e, di conseguenza, il nuovo assetto dell’immaginario infantile, presentano come centrale più la dimensione della potenza che del coraggio.

La lotta tra il Bene e il Male, tra le istanze positive e quelle negative, tra quelle di vita e quelle di morte si gioca con le stesse armi da entrambe le parti, spesso in maniera confusiva: vince colui che ha più poteri ed il potere sta nel difendersi dagli attacchi dell’altro e distruggerlo. La spinta vitale dell’aspirazione alla superiorità si manifesta prevalentemente nella forma della volontà di potenza che si esprime come dominio, sopraffazione, azioni distruttive. Pare non esservi più traccia dei percorsi di crescita di quei piccoli personaggi, intimoriti di fronte ai compiti della vita, ma “armati” di intelligenza, sentimento sociale e coraggio, che affrontano mille difficoltà ed ostacoli

per arrivare ad una meta di benessere ed armonia.
Lo scontro tra potenze rimanda alla necessità di essere sempre più corazzati ed aggres- sivi: di qui il tema frequentissimo delle trasformazioni, delle evoluzioni, dell’assun- zione continua di nuovi poteri. La formazione di un’identità avviene attraverso la stra- tificazione di armature, corazze, armi o attraverso fusioni di diversi personaggi (non attraverso la collaborazione). Un’identità dunque difensiva, dove la logica pare essere: “O sei sempre più forte o vieni spazzato via”. E la trasformazione avviene prevalen- temente attraverso atti magici, spesso provenienti da potenze esterne, più raramente frutto di un percorso maturativo o di crescita in cui si attinge da qualità interiori.

Il nuovo immaginario è inoltre più spesso percorso ad un’angoscia latente, dove l’e- lemento misterioso, inquietante, pericoloso è costantemente presente come un tappeto ed incombente, e la circolarità delle vicende, dove non si giunge mai ad una soluzione definitiva, rimanda un forte senso di instabilità e precarietà. Quando tutto sembra finito, tutto ricomincia, ben lontani dal lupo che viene eliminato una volta per tutte.

I nuovi personaggi fantastici, che sommano senza fine corazze ed evoluzioni, riman- dano più ad un vissuto profondo di estrema impotenza da cui si sviluppano sovra- compensazioni onnipotenti che ad un fisiologico processo di crescita, in quella sana dinamica tra sentimento di inferiorità ed aspirazione alla superiorità.

Nel setting psicoterapeutico, questi personaggi e questi scenari, ormai si presenta- no con grande frequenza ed intensità; essi corrispondono a vissuti, immagini di sé e modalità relazionali che i bambini sviluppano oggi e che troviamo più accentuati nei soggetti con difficoltà sul piano emotivo e relazionale. La definizione dell’identità personale si gioca più sul piano narcisistico e persecutorio del potere e della difesa dalla minaccia esterna che sul piano della differenziazione/consapevolezza interna e riconoscimento/adattamento al mondo esterno.

All’interno dei vari aspetti che concorrono nel sostanziare un percorso psicoterapeu- tico infantile, il lavoro attraverso l’immaginario va condotto tenendo conto di tali si- gnificative modificazioni. Osserviamo che è necessario oggi “aiutare” di più i bambini nel gioco ad uscire da personaggi e sequenze stereotipate e ripetitive basate su azioni distruttive o scontri tra super-poteri, per portarli ad un ampliamento dello scenario, ad una maggiore differenziazione delle parti rappresentate ed all’elaborazione di diverse strategie evolutive.

È necessaria cioè un’azione di contenimento non solo rispetto agli agiti che spesso il bambino propone, ma anche rispetto ad un simbolico tendenzialmente indifferenziato e caotico o stereotipato-ripetitivo che necessita di essere differenziato, elaborato, svi- luppato, organizzato.

È il caso di Giulio che interpreta per diverse sedute il ruolo di SuperG, eroe con su- perpoteri, non definibile come positivo o negativo. Egli distrugge a ripetizione i suoi nemici interpretati da me. La sequenza si ripete sempre uguale, si esaurisce in poco

tempo ed è accompagnata da espressioni mimiche e gestuali cariche di aggressività. Giulio mi invita ad usare armi sempre più potenti e distruttive, ma allo stesso tempo lui subisce una serie di evoluzioni che lo portano a possedere scudi e corazze impene- trabili ed armi d’attacco ancora più potenti.

Gradualmente inserisco delle variazioni per cambiare questo assetto iniziale: diversi- fico le mie reazioni ai suoi attacchi, esprimendo e verbalizzando le emozioni quali la paura, la rabbia, la tristezza diversamente modulate; inserisco elementi scenografici e un’organizzazione via via più definita delle coordinate spazio-temporali; elaboro strategie sempre più articolate per sventare gli attacchi del nemico; introduco nuo- vi personaggi che non combattono soltanto, ma riescono ad interagire diversamente (ad esempio si avventurano alla scoperta di un’isola sconosciuta). Tutti questi cam-biamenti, permettono a Giulio di differenziare sempre meglio i contenuti del mondo interno, verificare differenti modalità di espressione e di relazione in un clima di si- curezza che consente di uscire dalla ripetizione difensiva degli agiti distruttivi e delle corazze impenetrabili.

Attraverso queste azioni terapeutiche vengono promossi significativi cambiamenti nel funzionamento mentale del bambino: il passaggio dall’agito o dall’ipercompen- sazione onnipotente alla possibilità di entrare in contatto con le parti fragili di sé, l’imparare a tollerarle emotivamente e poter individuare risorse interne ed esterne per affrontare le difficoltà e le paure. È il passaggio dall’illusione dell’onnipotenza all’azione coraggiosa, dal dualismo impotenza/onnipotenza al processo inferiorità/ compensazione.

Come accade a Paolo, che parte dall’interpretazione di un ladro-assassino che deruba ed uccide chiunque incontri, dotato di armi ultra-potenti e di giubbotti antiproiettile impenetrabili. Dopo qualche tempo, arriva a chiedermi uno scambio di ruoli: vuole in- terpretare la polizia. In questa fase si gioca tutta l’angoscia di un’aggressività distrutti- va priva di contenimento e di repressioni severissime da parte del controllore esterno. Nel periodo seguente (attraverso il giocarsi tali situazioni ed introducendo varianti), arriveremo ad azioni via via più moderate, dove è possibile, ad esempio, scontare una pena e provare, successivamente, altre modalità di comportamento meno aggressive.

La possibilità di riparazione e di espressione differenziata di sé (non è solo il ladro assassino, ma può essere diversi personaggi e quindi possiede dentro di sé aspetti diversi) consente a Paolo e a me di aprire verso nuovi scenari che portano il ladro- assassino a fare diverse esperienze, perdendo gradualmente l’identità iniziale per as- sumere quella di soldato, giudice, infermiere, fino a diventare finalmente bambino. Il gioco simbolico si sposta a questo punto all’interno di una famiglia inventata, at- traverso cui Paolo trova un ottimo canale di rappresentazione delle dinamiche della sua famiglia reale, esprimendo i suoi vissuti ambivalenti e trovando di volta in volta possibili evoluzioni delle situazioni critiche, attraverso l’elaborazione dei conflitti e

delle dinamiche di inferiorità/superiorità.
Come è evidente nel caso riportato, in molte situazioni, il lavoro psicoterapeutico sul sentimento di inferiorità, le compensazioni e la loro armonizzazione con il sentimento sociale, rappresenta uno step più avanzato a cui il bambino accede solo dopo aver raggiunto un livello di funzionamento psichico più maturo.

Per concludere, possiamo affermare che, come per la terapia con l’adulto è necessa- rio conoscere il contesto culturale nel quale si muove e da cui è influenzato a livello consapevole ed inconsapevole, in egual modo il terapeuta infantile deve conoscere ed immergersi nei nuovi scenari dell’immaginario infantile, che questi bambini portano in seduta e da essi è necessario partire per consentire, attraverso l’azione terapeutica, quei passaggi evolutivi che conducano, da un’illusoria posizione onnipotente, ad un coraggioso agire nella realtà.


Gian Sandro Lerda

Bibliografia

1. ADLER, A. (1930), The Education of Children, tr. it. Psicologia dell’educazione, Newton Compton, Roma 1975.
2. BASTIANINI, A. M. (2011), Psicoterapia infantile: una prospettiva di sviluppo per la pratica clinica adleriana, Il Sagittario, 28: 33-44.
3. BAUMAN, Z. (2003), Liquid Love. On the frailty of human bonds, tr. it. Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Laterza, Bari 2006.
4. CHARMET, G. P. (2000), I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida, Raffaello Cortina, Milano.
5. DI SUMMA, F. (2013), Essere protagonisti nella costruzione del benessere: famiglia e scuola in sinergia, in GRANDI, L. G., LERDA, G. S., Per i nostri figli, Percorsi, Cuneo. 6. GRANDI, L. G. (2002), Viaggio nell’uomo, Ideanet, Torino.
7. GRANDI, L. G. (2016), Amore e Psyche, Effatà, Torino.
8. GRANDI, L. G., LERDA, G. S. (2013), Per i nostri figli, Percorsi, Cuneo.
9. LERDA, G. S. (2007), C’era una volta…Storie e fiabe, strumenti di lavoro nella psicoterapia infantile, Il Sagittario, 20: 69-85.
10. LERDA, G. S., LO SAPIO, V. (2014), The precariousness of relationships during the age of the digital native, Aloma. Revista de Psicologia, Ciencies de l’Educaciò i de l’Esport, 32 (2): 77-83.
11. RECALCATI, M. (2012), Ritratti del desiderio, Raffaello Cortina, Milano.
12. ROVERA, G. G. (2015), Lo stile terapeutico, Riv. Psicol. Indiv., 78: 19-45.