di Lerda Gian Sandro
L’immaginario infantile da sempre è popolato di personaggi coraggiosi che, affrontando difficoltà e pericoli, lupi cattivi e perfide streghe, raggiungono insperate mete e conquistano cuori e ricchezze. E attraverso processi di identificazione i bambini si incoraggiano ed affrontano paure, risolvono dubbi, elaborano sentimenti ambivalenti. Recentemente nuove figure e nuovi scenari affollano la fantasia dei bambini: Gormiti, Dragonball e Winx si sostituiscono ai Cappuccetto Rosso e ai Pollicino, talvolta offrendo la medesima possibilità di rappresentare ed elaborare gli stessi contenuti del mondo interno semplicemente “vestiti” in modo differente, più spesso favorendo l’espressione ed il rinforzo di nuovi bisogni prodotti dalla cultura contemporanea. Ai temi del superamento del sentimento di inferiorità e delle paure di separazione attraverso azioni coraggiose supportate da doti interiori quali intelligenza e solidarietà insieme ad un pizzico di magia, si sostituiscono prepotentemente ed onnipotentemente i temi dell’aggressività distruttiva, della potenza, della difesa e del prevalere sull’altro. I nuovi personaggi fantastici, che sommano senza fine corazze ed evoluzioni, rimandano più ad un vissuto profondo di estrema impotenza da cui si sviluppano sovra-compensazioni onnipotenti che ad un fisiologico processo di crescita. La comunicazione si pone l’obiettivo di analizzare i nuovi scenari dell’immaginario infantile, come questi si presentino nel setting psicoterapeutico e come possano essere “giocati” dalla coppia bambino-terapeuta in chiave incoraggiante per favorire i processi di crescita ed affrontare i nuclei problematici.
Di Stefania Caudana
Ci sembra interessante, all’interno di questo lavoro, affrontare quali implicazioni culturali, sociali e psicologiche abbia il digitale nello sviluppo dei giovani. In particolare se e come le “relazioni virtuali” sostituiscano, integrino o entrino in conflitto con quelle “tradizionali”. È allora necessario considerare che ogni nuova generazione, per potersi individuare, deve seguire un proprio percorso culturale. Nell’era digitale come si muovono gli adolescenti nel loro processo di crescita? Quali sono gli scenari ed i confini entro i quali si formano? Come possiamo, noi adulti, entrare in un contatto autentico con loro e accompagnarli verso l’adultità? Quale il rapporto tra il mondo reale ed il mondo immaginario/virtuale? E il corpo, così centrale in adolescenza con le sue complesse modificazioni, che ruolo gioca? Queste e molte altre domande vengono poste quando incontriamo le agenzie formative (genitori, insegnanti, educatori, …) che si trovano a dover affrontare il complesso mondo adolescienziale. Se per adolescenza continuiamo a considerare quel periodo evolutivo che ha come compito centrale il processo di separazione e di individuazione rispetto alle figure genitoriali e al modello da loro offerto, certo appare ulteriormente complicato il processo volto alla costituzione della propria identità, affiancata spesso quando non sostituita da identità virtuali che il ragazzo sente come autentiche, con l’impossibilità di vivere le necessarie esperienze, anche frustranti, che portano attraverso l’azione sul e nel reale, alla consapevolezza della propria forza e delle proprie caratteristiche. Certo tutto ciò porta come conseguenza anche la presa di coscienza dei propri limiti: nel virtuale, in modo esattamente contrario a ciò che avviene nel reale, il mondo si apre ad una infinità di “possibili”, nessuno realmente vero, ma nessuno a rischio di doversi confrontare con il limite degli oggetti fisici. Ecco che l’adolescente, quasi per sfuggire al rischio di scoprire in cosa non eccelle, cosa non ha, nella finzionale sensazione di “potere” tutto, non permette alle proprie capacità di prendere forma, di diventare reali, con il relativo senso di poter agire sulla realtà: cercando di mantenere l’infantile sensazione di onnipotenza, aiutato dalla dimensione virtuale, sviluppa a poco a poco un invalidante senso di impotenza e di vuoto. Ma un ambiente di possibilità infinite non è per nulla nutriente, anzi diventa annichilente se non è reale. In questa onnipotenza virtuale le nostre società sembrano aver abbandonato la sfera del pensiero e ogni scelta è diventata così angosciante che non è più possibile attuarla. Si accompagna a questo uno scarso utilizzo del corpo che nell’era digitale risulta sempre più alienato rispetto alla persona, sempre meno accessibile. Spesso la difficoltà di comunicazione tra genitori ed adolescenti fa riferimento all’utilizzo di due “linguaggi” differenti: le generazioni precedenti utilizzano il linguaggio analogico _ regno in cui si sviluppa il simbolico_ mente i ragazzi utilizzano appunto il linguaggio digitale, che utilizza un sistema binario basato sulla percezione. Quest’ultimo scenario è ben rappresentato nella serie “Black Mirror”, serie cult oscura in cui le tecnologie, applicate al corpo, arriveranno a distruggere i capisaldi attraverso i quali siamo soliti definire il campo delle nostre azioni, delle nostre responsabilità, dei nostri desideri. Il tutto in una realtà frammentata come quella digitale, in cui concetti come il tempo e lo spazio subiscono trasformazioni epocali, in cui l’incontro con l’altro è sostituito dal contatto spesso mediato dagli strumenti tecnologici. Cosa possiamo fare noi adulti, disarmati dei vecchi strumenti, ad aiutare questi adolescenti digitalmente modificati? Prima di tutto dobbiamo entrare nel loro mondo, conoscerlo, farci accompagnare da loro; solo così, da dentro, potremo cercare di aiutarli a “rallentare” la velocità delle immagini, per poterne fermare qualcuna e gettare le basi per la creazione della capacità di pensiero, di ri-flessione, di argomentazione. Il digitale ha offerto grandi opportunità, se non si perde tutto quello che è la storia: anche nell’era 4.0 alcuni passaggi di crescita necessitano ancora degli stessi elementi e forse… i ragazzi stanno solo cercando i loro. Ma la ricerca richiede che non si sia soli.
“Lino G. Grandi, non ti stanchi di ripetere, quando parliamo di adolescenti, di fare attenzione a non viziarli. Ricordi come la società narcisistica e individualistica abbia preso in ostaggio gli adolescenti imprigionandoli in gabbie dorate piene di oggetti e di sollecitazioni, ma povere di relazioni e di affetti autentici. Non temiamo l’incontro con i nostri figli, né di farli soffrire. Grazie.”
Di Stefania Caudana
Che la comunicazione cambi continuamente grazie ai nuovi mezzi, social, app… è chiaro a tutti e non possiamo non tenerne conto. Soprattutto i giovani sembrano averne familiarità, ma anche tra gli adulti il modo di comunicare per status, like e tweet prende sempre più piede. Anzi, proprio i meno giovani appaiono più vulnerabili a certe ferite che arrivano facilmente online, spessdo per personali fragilità. La comunicazione è relazione, pertanto anche le relazioni di conseguenza cambiano. Nelle coppie, tra gli amici, tra colleghi, la connessione costante è diventata la regola. La preoccupazione sale quando l’altro non risponde o non si connette per qualche ora. La nuova tecnologia rende necessario interpretare tutta una serie di sfumature che non sempre aiutano la relazione. Il controllo prende piede, non lasciando spazio nella relazione alla fiducia di crescere con i suoi tempi. Cosa ci dice questo? Che la comunicazione social avviene in modo diverso, impedisce sfumature, sguardi, non ha espressioni e va educata da una parte e accettata e usata con consapevolezza dall’altra.
E come la mettiamo con WhatsApp? Si tratta di un modo di comunicare veloce, aperto, per foto, vocali e brevi frasi. La cosa interessante è che questa App elimina l’imbarazzo verso l’altro in maniera ancora più netta di quanto non faccia già lo schermo di un pc quando si naviga nei social.
L’immediatezza, che ne fa un apprezzato strumento nell’epoca del “tutto subito”, spinge gli utenti ad essere molto diretti. Sappiamo quando l’altro ha effettuato l’ultimo accesso, sappiamo che ha letto il nostro messaggio, sappiamo che non ha risposto. Gli ingredienti della crisi ci sono tutti, perchè vanno a nutrire le debolezze di ognuno di dubbi, di informazioni parziali, pensieri quasi magici su quello che l’altro prova e sulle cause degli eventi.
Tutto è veloce e frammentato e segnato da ossessioni (comprare, chattare, relazionarsi, essere online) che nascondono la paura di non esistere e alimentano il senso di solitudine. In questo, app e social, da una parte offrono una finestra sul mondo sempre aperta, utilizzabile quando ci si annoia, quando si ha bisogno di qualcuno, quando ci si sente soli, dall’altra danno a tutto un colore di urgenza e di ansia qualora il nostro messaggio non venga subito recepito come noi desidereremmo. La frustrazione non trova posto in questa comunicazione. L’attesa si carica di domande che non accettano lo spazio dell’altro. Un silenzio come risposta ad una qualunque frase su WhatsApp ha il potere di abbassare l’autostima, di peggiorare l’ansia, di rinforzare la sensazione di fragilità. L’attesa diventa impossibile da accettare, come il tempo dell’altro e delle cose della vita.
Fermiamoci un attimo a pensare e valutiamo se abbiamo deciso di farci fagocitare da modi di comunicare e di relazionarci di questo tipo oppure desideriamo riprendere la consapevolezza e la gestione dei nostri rapporti, utilizzando tali strumenti di importante evoluzione con il significato che dovrebbero avere.
Di L.G. Grandi
L’edificio teorico del traumatismo psichico, quale teoria esplicativa della psicogenesi delle nevrosi, palesa crepe sempre più evidenti e viene sostituito dalla teoria della fantasia di desiderio. Il baricentro psicogenetico delle nevrosi diviene così appannaggio più dell’endon che della relazione. Si propone quindi una diserzione del mondo interattivo a favore di un’introflessione dello psichico nei confini della mente. I traumi infantili vengono a costituire una categoria entro la quale anche la clinica dell’adulto viene pensata. Si procede pertanto nella ricerca della “costituzione di un senso” di quanto si osserva e le caratteristiche richiamano un processo analogico metaforico.
La clinica terapeutica si deve preoccupare degli emblemi dei traumi infantili o di allusioni ad essi. Il trattamento deve poter generare “situazioni” come premesse per poter avviare prima un processo di separazione, quindi di sviluppo. Spesso si riscontra un antagonismo e un’incompatibilità fra il trauma e la sua rappresentazione. Particolare attenzione viene posta a ciò che non ha avuto luogo, e si deve considerare ciò che non ha potuto avere luogo, e cioè “un’esperienza dolorosa negativizzante” che comporta un’“auto-lacerazione”. Il traumatico finisce con l’indirizzare l’aspetto più specificatamente economico del traumatismo, in relazione alla fragilità e ad un difetto del parastimoli. Concludendo: il trauma designa essenzialmente la forza negativa e disorganizzatrice dell’azione traumatica.
Di Stefania Caudana
I segni delle mascherine pian piano svaniranno, ma non le loro tracce nella psiche e nella nostra storia.
A questo potrà giungere riparatrice la funzione narrativa che noi uomini possediamo: costruire storie capaci di raccontare ciò che è accaduto, per creare ponti simbolici e di significato che superino le fratture (traumatiche) presenti nella psiche individuale e collettiva. La speranza deve trovare spazio e per guardare avanti appare necessario rivolgersi indietro: alla storia dell’umanità, ai suoi tanti cicli, alle risorse ed alla forza che da sempre l’uomo ha dimostrato di possedere e alla possibilità di rinascita che deriva dal dolore e dalla paura, dalla conquista della libertà, in primis di pensiero e di ragionamento. Una libertà correlata al senso di responsabilità e di appartenenza. Qui si inserisce il valore della scuola e della formazione; spesso troppo attenti ai contenuti e agli aspetti prestazionali, sono molti i genitori preoccupati dal mancato svolgimento, durante l’anno di pandemia, di parti del programma scolastico. Ma ben altro li dovrebbe preoccupare. Che cosa rappresenta la scuola? Cosa hanno perso i bambini e i ragazzi in questo periodo di Covid-19? La scuola non è soltanto un luogo dove si imparano delle cose, ma un potente e fondamentale luogo formativo; è principalmente una “scuola di vita e di crescita”, un susseguirsi di esperienze che i nostri figli vivono (e speriamo tornino presto a vivere!), per misurarsi con gli altri, per riconoscere e superare le proprie paure ed ansie, per costruirsi ed impegnarsi in obiettivi, per affrontare prove, accettare fallimenti, gioire delle proprie e delle altrui conquiste, sperimentare la dimensione comunitaria e gli aspetti che la caratterizzano, incontrare i propri talenti e i propri limiti. È primariamente relazione: con se stessi, con gli altri, compagni ed insegnanti che siano. È comprensione che, come la storia insegna, si può crescere solo tutti insieme.
Da tale esperienza scaturiscono, in un continuo incontro con il diverso e con il cambiamento che caratterizza le “cose” della vita, gli elementi necessari alla costruzione della persona: il riconoscimento del proprio valore, l’accettazione dei limiti propri e della vita, la capacità di ragionare e le nuove conoscenze, anch’esse dimensioni relazionali. I singoli contenuti e le singole materie, per quanto importanti da acquisire, rappresentano l’occasione, il ponte che permette di entrare nel mondo interno del ragazzo, creare movimento e condurlo ad un processo espressivo, cioè a dare forma e vita a quello che ha dentro, mettendolo fuori. Questo è stato tolto ai bambini ed ai ragazzi dal virus: la dimensione relazionale che sta alla base della scuola. L’esperienza ha dato la possibilità di far emergere, in quei soggetti che le possedevano, competenze organizzative rese necessarie dal venire meno del “contenitore scuola”. Ciononostante, ci si augura una ripresa degli enti formativi e scolastici in presenza per consentire (testimone giunge nuovamente la storia dell’uomo) che dalla crisi possa generarsi una forza vitale ed innovativa e che le nuove generazioni recuperino i valori fondanti dell’uomo e della vita.
Anche l’anziano, non tanto come soggetto fragile da proteggere, immagine alla quale preferisco contrapporre quella di persona a cui dedicare gratitudine e cura per ciò che ha affrontato, costruito e lasciato a noi in eredità, va visto come uno dei valori da riscoprire. In una dimensione ciclica, come ancora la natura ci insegna, l’anziano non rappresenta una candela che lentamente si spegne, ma un tassello fondamentale per la società, per i giovani e per il futuro; l’esperienza che ha acquisito, le abilità che solo lui possiede, la sua narrazione della storia, quel guardare indietro per andare avanti, in lui e solo in lui abitano e se l’uomo dimostrerà di avere ancora un minimo di istinto di sopravvivenza e di intelligenza ne recupererà il valore ed il significato. Se uccidiamo la scuola e gli anziani, uccidiamo l’uomo e il suo futuro.
Di Francesca Di Summa
Svolgo l’attività di psicoterapeuta con preparazione specifica di Analista e di formatore di analisti. Svolgo altresì l’opera di consulente dei Tribunali Civili e penali adempiendo ai compiti di perito, cioè di Consulente tecnico di ufficio.
Riconsiderando la mia operatività, e confrontandola con colleghi in gruppi di ricerca e di supervisione, sono giunta a convincimenti ed aggiornamenti che sarebbe mio desiderio condividere in questa sede con gli studiosi e ricercatori qui presenti.
Considerato lo spazio concessomi, mi soffermerò unicamente su di una problematica; la espliciterò e presenterò alcune riflessioni, che vorrei qui condividere e riprendere in considerazione con i ricercatori dell’Istituto di Psicologia Individuale “A. Adler”, coordinati dal nostro supervisore, il professor Grandi.
Il concetto che presiede questa comunicazione però può essere così riassunto: “ una non completa od incongrua o disarmonica dalla figura materna nel processo di crescita psicologica di un soggetto fatalmente contribuisce al promuovere una immaturità affettiva, una carenza di progettualità, un ostacolo ad un effettivo incontro con l’altro, a disarmonie di vario ordine e genere e quindi a confluire, in modo quasi inesorabile, in un processo di crescita di un conflitto e quindi di separazione della coppia, allorché tale soggetto giunge al matrimonio.
È noto a tutti che la funzione materna presiede all’impianto delle fondamenta di una progressiva sicurezza affettiva, del processo di autostima, del riconoscimento dell’altro come “altro da sé”, e della fiducia di base, nonché di un atteggiamento fiducioso.
Una amorevole attenzione ai bisogni di tenerezza del bimbo, che solo una madre sufficientemente buona sa esprimere con misura e compiutezza, è la forza promuovente dello sviluppo delle potenzialità empatiche, del sentimento sociale e dello spirito di cooperazione dei figli. Contemporaneamente favorisce, purché non incistato in una simbiosi, il riconoscimento e la significatività della figura paterna, permettendo l’avviarsi di una costruttiva relazione, necessaria per un armonico processo evolutivo.
La figura materna consente l’espressione di cure teleologicamente orientate, non anonime, ben individuate e caratterizzanti l’incontro col proprio figlio, con i diversi figli, ognuno dei quali è realtà a sé stante, specifica ed irrepetibile; viene così reso possibile un suo originario ed originale riconoscimento, e favorisce il primo accesso al linguaggio. Nei primi due anni, l’emisfero destro del cervello del bimbo è il primo a svilupparsi ed è preposto ad elaborare la comunicazione non verbale: il cucciolo dell’uomo apprende così a riconoscere i volti ed a leggerne le espressioni, mettendoli poi in relazione con le persone. Tale emisfero elabora la componente musicale del linguaggio o il tono attraverso il quale si comunicano le emozioni; i gesti visivi non verbali tra una madre ed un bambino vengono istintivamente appresi, quindi elaborati. Si diffonde così un afflato di tenerezza, indotto da una armoniosità espressa dal non verbale e dalla musicalità della voce, musicalità che connota la relazione della madre con il figlio e che deve essere considerata con partecipe emozione, evitando- per quanto possibile- toni che possono offendere la sensibilità accentuata ed immatura del piccolo, immerso nella sua fragilità.
Il cammino verso l’acquisizione del linguaggio passa necessariamente dai suddetti percorsi e l’uso appropriato del linguaggio è un derivato dal rapporto con la madre e dalla sua voce, dal suo modo di parlargli, dall’induzione empatica di stimoli e suoni che progressivamente vengono accolti per essere riproposti.
La tappa evolutiva che si è andati a descrivere, lascia tracce indelebili nel tempo e nella strutturazione del Sé dell’uomo che sarà, quando perverrà all’adultità.
E per riprendere il tema delle difficoltà che si riscontrano nelle relazioni di coppia, lavorando analiticamente a ritroso, si perviene a disegnare una figura materna sofferente di carenze che non hanno consentito il necessario processo evolutivo e, più nello specifico per non disperdersi nella disparata gamma di disagi e di disturbi che incontriamo quotidianamente, non è stata in grado di accompagnare il figlio verso il padre, di favorirne la relazione, di organizzare le basi che avrebbero potuto consentire l’incontro.
Procreare un figlio non è causalità, è progettazione, è scelta, è concretizzazione di uno stile di vita e di una weltanschang; in definitiva è un patto che si attua ed avvera nel concepimento e che richiede cooperazione. Si debbono assumere consapevolmente i ruoli di madre e di padre: la donna e l’uomo si accingono ad introdurre modifiche nella propria vita, si preparano a fronteggiare e gestire le inevitabili variabili che la vita proporrà, si aiuteranno ad affrontare percorsi nuovi.
Spesso però la donna, assunto il ruolo di madre, tende a rimuovere i presupposti che hanno sancito il patto e promuove, non sempre consapevolmente, una dinamica relazionale col figlio che può assumere i connotati della esclusività: ciò può non essere funzionale ad una sana crescita ed evoluzione del bambino poiché può venire a mancare la pregnanza affettiva e creativa del partner, spesso invaso da sentimenti di insufficienza e di esclusione.
È pur vero che il periodo della gestazione induce l’immersione in sentimenti particolarmente intensi che favoriscono sensazioni e percezioni di esclusività, quali il sentire il nascituro come fosse parte fisica del proprio corpo, praticamente un tutt’uno, ed il momento del parto è espressione di gioia ma anche l’avvio di un distacco, di una dolente percezione che si è data la vita ad un soggetto dotato di una propria individualità e di proprie esigenze, che è altro da sé rispetto alla madre: può anche essere percepito un disagio esistenziale sgradevole, quasi si trattasse di una amputazione e spesso – per lo meno- di una deprivazione, che in diversi casi inducono il ben noto disturbo indicato come depressione post-partum. Psicologicamente si tratta di un vissuto traumatico che la donna vorrebbe in qualche misura contenere, quasi a voler ripristinare l’originaria unità mentre pressioni psico-ambientali la sommergono di stimoli perché venga accolta la separazione dal proprio figlio, il riconoscere appunto di aver generato un esserino che è “altro da sé”. La madre ferita nella sua integrità deve consapevolizzare che la relazione col figlio non è diadica, bensì deve prevedere tutto uno spazio terzo, occupato spesso in modo maldestro dal padre: e ciò tuttavia è necessario perché il bambino possa essere avviato verso un processo sano di crescita psicologica.
Perché sia consentito il processo di separazione, deve primariamente essere gestito il trauma; lo si deve ricomporre integrandolo nelle funzioni vitali dell’Io, lo si deve poter tradurre in movimento per la vita, lo si deve rivestire della visione simbolica di un atto creativo. La madre dovrà recuperare nel fondo del proprio animo quanto appreso nell’arco del suo processo di crescita ed esperienziale ed al contempo consapevolizzare la sua specificità primaria che include, non esclude , il preservare l’immagine di sé come donna; si tratta di specificità che contempla anche la maternità, ma non si esaurisce nella maternità stessa, poiché un aspetto pur importante non può né deve soffocare il valore assoluto dell’essere donna, e nello specifico la sua pregnanza di soggetto portatore di significato e di senso.
Solo ricomponendo i tasselli che configurano armonicamente l’essere donna nella variegata ed armonica unità esistenziale, sarà possibile essere madre senza annullarsi nel viversi solo ed unicamente come madre: l’auspicio è che si esprima come madre, ma “non tutta madre”, poiché diversamente sarà ben difficile che al bambino venga permesso di sganciarsi da una adesione simbiotica alla madre stessa.
Si è inoltre avuto modo di osservare che il divenire madre può soffocare positive significatività, anche relativamente ai tre ben compiti vitali. Ne vogliamo qui considerare uno, pur permanendo nell’area dell’amore. Si consideri in proposito il processo di allontanamento, il trascurare ad es. il ruolo di moglie gestito con efficacia e positività prima della maternità. È frequente constatare che il ruolo di madre ha soffocato o per lo meno ridimensionato quello di moglie. E’ come se si stesse progressivamente strutturando una nuova coppia, certamente capace di gratificazioni narcisistiche, che si nutre di se stessa ed esclude la comunità, anche la precedente micro-comunità, così come funzionava (se funzionava) prima del parto. Può pertanto concretizzarsi una nuova relazione privilegiata e simbiotica, che porta però con sé il germe del disturbo, della malattia.
Madre-bambino che si incapsulano nella relazione simbiotica, escludono inevitabilmente il padre, ne annullano la funzione, si deprivano del potenziale che può esprimere, non gli consentono di onorare il ruolo di promotore di socialità e di cooperazione, e viene così disattesa la funzione vitale necessaria per avviare il processo di separazione – individuazione.
La musica è l’arte che è più vicina alle lacrime e alla memoria. (Oscar Wilde)
Di Stefania Caudana
Per molti è un’esperienza comune quella di sentire una musica e di ricordare un evento, un tempo, di vivere o rivivere un’emozione. Non a caso Oscar Wilde avvicina la musica, più di ogni altra forma di arte, alle emozioni e alla memoria, cioè ai ricordi. Pensiamo che il feto, già nel pancione della mamma, interagisce e risponde ai suoni e alla musica sin dalla sedicesima settimana di gravidanza, portandone memoria e riconoscendola una volta uscito dalla pancia. Ma che cosa è la musica e perché ha effetti così potenti sul cervello e sulle emozioni dell’uomo? Per musica intendiamo “l’arte di combinare i suoni della voce umana e degli strumenti in modo che producano una melodia per com-muovere la sensibilità, che sia con allegria o con tristezza”. Considerata una, se non la più alta, forma d’arte fin dall’antichità, si tratta di un codice, di un linguaggio universale, presente in tutte le culture e in tutti i tempi della storia dell’umanità. Una piccola ricerca ci porta a scoprire una interessante curiosità: i geroglifici che rappresentavano la parola “musica” erano identici a quelli che rappresentavano gli stati di “allegria” e di “benessere”. Inoltre, in Cina, i due ideogrammi che la rappresentano, significano “divertisti con il suono”, giocare con esso. Ricordo, anni fa, che un’amica neurologa mi raccontò di essersi accorta come una sua paziente affetta da Halzheimer non riuscisse a ricordare pressochè nulla della sua storia, se non attraverso la musica, unico linguaggio e ponte che le permetteva di recuperare e rivivere dei ricordi; ormai diffusi sono gli studi e le ricerche che applicano il campo musicale per trattare tipologie differenti di patologie, come ad esempio l’autismo. Alcune si muovono nel campo della musicoterapia, ma esistono anche progetti in cui professionalità distinte si incontrano: come nel Relational Singing Model – consapevolezza di sé e relazione, una metodologia impostata da Giorgio Guiot, musicista e direttore di coro, e dalla sua associazione Cantabile di Torino, per approfondire i legami tra canto e persona, rivolta a bambini, adolescenti e adulti che si trovano in situazioni di particolari difficoltà relazionale ed emotiva, in un dialogo costante tra canto e psicologia. Le aree del cervello che si attivano con le emozioni e la musica sono praticamente le stesse: quando le onde della musica penetrano nelle nostre orecchie, il cervello risponde in modo automatico in base al suono, i battiti del cuore si sincronizzano con il ritmo della musica, con il potere di influenzare in modo significativo il nostro funzionamento. Infine non dimentichiamo di considerare l’aspetto fortemente relazionale della musica: capace di attivare emozioni e immagini di una storia vissuta o rappresentata in una dimensione di relazione intrapsichica, capace di unire, facendo sentire l’appartenenza – come dimostrano magistralmente gli adolescenti, che si riconoscono appartenenti ad un gruppo anche in base ai gusti musicali – in una dimensione eterospichica, sociale ed interattiva. Quindi musica come arte, come identità, come relazione, come memoria e ricordi, come emozioni, come gioco e soprattutto suono, originario, ancestrale, profondo: così potente da agganciarsi al corpo e ai suoi linguaggi e da muoverlo.
Una storia che è iniziata nel 1976, ma che in oltre 40 anni ha saputo adeguarsi ai tempi che cambiano
Nel 1976 nasce il Centro Studi di Psicologia Applicata “G.P. Grandi”, come confronto tecnico operativo e momento formativo tra psicologi e medici di respiro europeo. Per accogliere le richieste di consulenza e formazione delle aziende con una modalità più strutturata, viene promosso l’Istituto di Psicologia del Lavoro che da subito inizia a collaborare con Enti ed Aziende pubbliche e private. Si struttura la Scuola di Formazione in Clinica Psicologica, che forma psicoterapeuti, promuove incontri scientifici e culturali, organizza Convegni e Seminari. Nel 1993 assume la denominazione di Scuola Adleriana di Psicoterapia che viene riconosciuta ed equiparata alle Scuole di Specializzazione Universitarie dal MURST, con D.M. del 29/09/1994. Come sintesi dell’attività ormai decennale del Centro Studi di Psicologia Applicata, nasce l’Istituto di Psicologia Individuale “Alfred Adler”. Da anni è anche sede di tirocinio per i neolaureati del corso di laurea in Psicologia.
Dal 2005 un gruppo di psicoterapeuti dell’età evolutiva si riunisce per studiare interventi integrati sia di tipo clinico che socio-ambientale, sui minori e sulle loro famiglie, per far fronte alla costante crescita del disagio psicologico che prende il nome di Sestante. Dal 2014 l’Alfred Adler Institute si specializza ed organizza corsi relativi all’apprendimento di tecniche terapeutiche nelle problematiche delle dipendenze e con 2Search Organizza corsi specifici di Public Speaking per professionisti aziendali e non attraverso tecniche anche teatrali. Infine, nel 2016 nasce l’Associazione Diapason Onlus che si propone di operare specificamente nel campo della terza età, nell’Handicap, in campo educativo e di sostegno ai genitori.
Abbiamo incontrato la dottoressa Stefania Caudana, docente e formatore della Scuola Adleriana di Psicoterapia, referente per i Tirocini Universitari che ripercorre la storia dell’Istituto: “L’Istituto di Psicologia Individuale Alfred Adler nasce da un gruppo di professionisti appassionati, cultori e studiosi della scienza dell’uomo che si incontrava il mercoledì sera, sotto la guida del Prof. Grandi, e che, nell’ottica di rendere fruibile la psicologia ad un pubblico più ampio, organizzava incontri, conferenze, eventi sul territorio”.
“Dal 1976 ad oggi le cose sono molto cambiate. Per chi volesse immergersi nella weltanschauung dell’Istituto, è stato pubblicato di recente il libro del professor Grandi L. G. dal titolo “Amore e Psyche”, che raccoglie gli ultimi 20 anni di scritti apparsi sulla rivista ufficiale “Il Sagittario” rivisitati ed organizzati secondo le principali tematiche esistenziali, tipiche dell’incontro che avviene nella stanza di psicoterapia. Un libro consigliato non solo agli “addetti ai lavori” ma anche a chi ama la cultura e la scienza dell’uomo.
Oggi l’Istituto rappresenta un sistema organizzato, che ha all’interno tutta una serie di sotto sistemi, che riguardano l’ambito della Psicologia degli Adulti, della ricerca, della Psicologia Evolutiva, della Psicologia e Religiosa, della Psicologia Giuridica, della Psicologia delle Organizzazioni e naturalmente, come cuore del sistema, la Scuola di specializzazione in Psicoterapia che si occupa della formazione di coloro che diventeranno i futuri clinici.
A chi si rivolge l’istituto?
“L’istituto accoglie i tirocinanti pre e post lauream. Come li accoglie? Rendendoli da subito attori nelle attività e nei vari progetti in ambito psicologico, mettendoli in grado di progettare con noi gli interventi e di operare con altri gruppi di studio. I tirocinanti vengono costantemente seguiti in un’opera di rivisitazione delle attività alla luce della teoria da un lato, e delle loro caratteristiche personali dall’altro. Questo è il primo step formativo. Dopo questo si passa alla formazione che rappresenta l’eccellenza dell’Istituto: la Scuola di Psicoterapia, condotta dalla dottoressa Di Summa e dal suo gruppo di Docenti e Formatori, una scuola di specializzazione che prevede quattro anni di formazione in cui l’attenzione è rivolta, in un’ottica di integrazione, alla centralità della persona, quindi alla formazione dell’Allievo. È una scuola nella quale si approfondisce e si mette in dialogo la teoria Individual Psicologica con le tecniche cognitivo comportamentali, con i capisaldi del sistema junghiano, con le più recenti scoperte delle neuroscienze e molto altro, proprio per consentire un’integrazione del sapere ed un puntuale collegamento dello stesso con la prassi clinica. Per completare il percorso formativo, dopo i quattro anni della Scuola, è possibile inserirsi nei gruppi di formazione permanente, gestiti dal del Prof. Grandi, in cui settimanalmente ci si incontra con l’obiettivo di una rilettura di quello che avviene nella stanza di terapia e nei vari progetti, per rielaborare il tutto di nuovo con un’attenzione centrata su di noi, perchè se non si parte da noi non si può lavorare sugli altri.
Accanto a tutti questi momenti e percorsi formativi ci sono dei master che sono attivati dall’lstituto: in particolare segnalo, a partire da settembre, l’attivazione di un master dedicato al trattamento delle persone affette da disturbi d’ansia, fobie, attacchi di panico e d.o.c.
“C’è un master che si è da poco svolto e che ripartirà presto in una seconda edizione, ed è dedicato al trattamento delle dipendenze, in specifico ai disturbi da cocaina ed alcool. E’ presente un master di specializzazione in psicoterapia dell’infanzia ed in autunno ripartirà il master in neuropsicologia. E poi…c’è una sorpresa e tanti eventi in partenza, per cui vi consiglio di seguirci sul sito e di scoprirli con noi…”
di Francesca Di Summa
La psicoterapeuta Francesca Di Summa, presidente dell’Istituto Adler, interviene ad un corso di formazione degli insegnanti di religione della diocesi di Torino (“I giovani e il tempo. Dal buio della noia alla luce del dono”), direttore del corso Clara Di Mezza per conto del Centro Cattolico di Bioetica. La relatrice è presentata da don Mario Rossino, insegnante presso la Facoltà teologica, che sintetizza i contenuti in alcune parole chiave “nichilismo, senso di vuoto, noia” «frutto di una vita che non è stata benedetta dalle emozioni che possono generare relazioni interpersonali e dare senso alla vita». L’immagine di Galimberti dell’”ospite inquietante” che condiziona la nostra vita è ricondotta al nichilismo. Non lo si può più mettere alla porta, «già da tempo in modo invisibile si aggira per la casa» (Heidegger).
Il nichilismo richiama il concetto di vuoto che a sua volta si collega al vissuto dell’angoscia. La dott. Di Summa nota come in casa si crei una situazione di indifferenza dove «ognuno pensa ai fatti propri». Si sviluppa l’individualismo mentre «ciò che porta benessere è essenzialmente l’attenzione all’altro. Il senso della vita sta nell’accorgersi dei bisogni dell’altro e nel cooperare». Il sentimento sociale funge per Adler da barometro, «se dovessi misurare l’equilibrio psicologico di un individuo»; è presente in potenza in ciascuno di noi anche se non è detto che si sviluppi. A questo punto introduce il tema degli “stili di attaccamento”, «lo sviluppo della nostra mente è strettamente collegato alla relazione con la figura materna».
La dott.ssa Di Summa ha notato una mamma che allattava. «Se sto parlando al cellulare, è difficile che lo sguardo sia posato sul bambino, che lo accarezzi, che mantenga un contatto corporeo, che il corpo sia in una situazione di morbidezza tale da trasmettere calore». «Le emozioni della mamma trasmettono un “regolatore emotivo” che difficilmente viene trasmesso con altre modalità». Definisce la tenerezza materna e paterna come «precursore dello sviluppo del sentimento sociale». Un monito per gli insegnanti, «la comunicazione è relazione, se nella relazione non inserisco un contenuto emotivo, quello che diciamo non ha nessun significato». Il vuoto è mancanza di emozioni, «se quando parlo con qualcuno non provo a mettermi nei panni dell’altro, a farmi carico delle emozioni dell’altro». «Oggi si parla di adolescenti digitalmente modificati, il digitale cambia lo sviluppo del cervello», attiva l’emisfero sinistro. L’emisfero destro «preposto allo sviluppo del simbolico, la narrazione, la capacità critica» si atrofizza.
«Oggi non c’è più la legge del padre: il senso del dovere, il rispetto, conquistarsi le cose, non il “tutto e subito”. Le relazioni in famiglia tra genitori e figli sono orizzontali, non verticali». «Quando si entra in relazione con gli adolescenti è importante provare a non imporre i nostri schemi di riferimento, tenere conto della realtà che sta vivendo quel ragazzo, chiedersi cosa c’è dietro quel comportamento così assurdo». Se alla provocazione si risponde con l’aggressività si entra in collisione e si fa lo stesso errore, «lui non mi rispetta, mi considera alla pari e io mi metto allo stesso livello».
Fonte: di Piergiacomo Oderda Voce Pinerolese
Nella foto Francesca Di Summa con don Mario Rossino
di Emanuela Grandi & Alessia Anna Cantarella
(Communications 25° Congress of the International Association of Individual Psychology: Separation, Trauma, Developments – Vienna 2011)
Con questa breve relazione vogliamo porre alla vostra attenzione alcune riflessioni sull’importanza che la psicoterapia riveste nell’aiutare il cliente a cogliere quali aspetti del suo carattere e delle sue modalità non siano funzionali per la sua vita ed il suo lavoro nonchè a lavorare sugli stessi in maniera critica, in modo da indurlo ad abbandonare schemi di pensiero e di comportamento arcaici, ad abbandonare quindi le proprie finzioni.
Sappiamo che i comportamenti disfunzionali si strutturano in “stile” (stile di vita) che a sua volta si traduce in abitudini, automatismi, ripetizioni sempre più radicate fino a divenire inconsce. Lo stile di vita, definibile come l’insieme di idee, pensieri, giudizi, atteggiamenti, comportamenti e azioni che caratterizzano il modo di essere di ogni singolo individuo, può assumere in sé, contemporaneamente, aspetti statici e aspetti dinamici. Si forma in un lungo arco temporale e si cristallizza parzialmente in abitudini e comportamenti automatici; d’altra parte, però, esso è perennemente in evoluzione e cambiamento.
“Ciascuno di noi è la sua storia” (L. G. Grandi): dunque che lo stile di vita è collegato ad aspetti genetici, biologici e costituzionali nonchè alle esperienze vissute, al clima affettivo, all’educazione ricevuta, al contesto sociale in cui si nasce e si cresce.
Mosak individua due aspetti costitutivi dello stile di vita parlando di “modus operandi” che si traduce in azioni e comportamenti visibili e reali; e “modus vivendi” che può risultare più sommerso e più nascosto, talvolta sconosciuto all’individuo stesso, che significa immagine di sé, del mondo e filosofia di vita. Tutto ciò si collega all’area dei vissuti, della lettura che il soggetto mette in opera rispetto agli eventi e alla realtà. Da questo tipo di lettura che dipendono le risposte comportamentali e la sottostante interpretazione del reale che non risultano rigide e immutabili nel singolo soggetto, bensì possono cambiare al confluire di più variabili come il contesto ambientale, quello sociale e lo stato emotivo-affettivo del momento.
Detto questo, risulta comprensibile il fatto che nella psicoterapia analitica ampio spazio venga dedicato al rilevamento e alla rielaborazione dello stile di vita. In una prospettiva “processuale” del lavoro clinico l’analisi-ricostruzione dello stile di vita e l’analisi degli atteggiamenti rappresentano due fasi cruciali e imprescindibili di qualsiasi trattamento.
Per portare il paziente a “destrutturare” e “ricostruire” il proprio stile, in direzione di un maggiore equilibrio, rendendolo più propenso a scelte sane e non patologiche, il terapeuta deve indagare i nuclei più significativi della sua storia fino ad arrivare ad una scomposizione del suo stile di vita: la costellazione familiare, che identifica i profili psicologici delle figure significative e le loro modalità di agire ed interagire; l’ambiente dell’infanzia, i primi ricordi, cartina di tornasole per identificare le linee teologiche dello stile di vita; le fantasie diurne che danno indicazioni sulle mete coscientemente o inconsciamente perseguite; i sogni notturni; il funzionamento nei compiti vitali che offre dati importanti per comprendere come il paziente si sta muovendo nel mondo; il grado di sviluppo del sentimento sociale che permette di capire quanto il soggetto sia concentrato su di sé e quanto riesca a pensare agli altri.
Questo lavoro di indagine e scavo consente al terapeuta di comprendere quali siano le forze in gioco e attraverso quali esperienze e vissuti il soggetto sia passato per strutturarsi con le sue modalità di azione e reazione, quale sia il codice di lettura e di interpretazione che ha sviluppato nel tempo e, quindi, come si sia costruito l’“abito” mentale con il quale affronta la realtà.
L’aspetto difficile del lavoro analitico sta nello scomporre e separare gli elementi oggettivi e di realtà da quelli soggettivi di lettura e di interpretazione della stessa: è su questo registro che l’analista deve, nel tempo, intervenire ed eventualmente “correggere”.
Ri-costruzione e analisi dello stile di vita possono per lunghi periodi del trattamento coincidere e sovrapporsi, ma il possibile effetto di “abreazione” legato alla scoperta ed alla comprensione non coincide affatto con un automatico processo di cambiamento.
Al contrario: quando il paziente scopre e riconosce gli abituali schemi e codici, avendoli analizzati ed elaborati, si trova di fronte ad un bivio cruciale per la terapia: scelgo di rimanere tale e quale già sono, oppure mi confronto con il rischio, sconosciuto, del cambiamento? È questa una fase ostica del trattamento, quella che provoca maggiori resistenze e spinge i pazienti a trincerarsi dietro a baluardi insormontabili, in quanto è noto che la più grande resistenza umana è la resistenza al cambiamento. Il paziente solitamente ripropone con forza rinnovata i vecchi schemi, le abitudini acquisite, le strategie già proposte e sperimentate: tutto questo, molto spesso, inconsciamente. Ogni azione risulta finalizzata al mantenimento dello status quo: l’angoscia del nuovo, l’insicurezza del non sperimentato, la paura di non riuscire, il timore di non riconoscersi provocano fasi di stallo se non addirittura di arresto o regressione. Il cambiamento può assumere così la connotazione di vero e proprio “trauma” sebbene finalizzato ad un miglioramento della qualità della vita.
Il paziente spesso “sa” (a livello razionale) che i suoi comportamenti (ormai rigidi e cristallizzati in abitudini e strutturati nello stile di vita, quegli stessi comportamenti che ha rilevato come non efficienti e per cui spesso ha iniziato e affrontato la psicoterapia) non sono funzionali per una sana vita relazionale ed affettiva ma tradurre la teoria in pratica non è semplice. Talvolta, anzi, il paziente ripropone comportamenti patologici e antichi che sembravano superati e lo fa “quasi sapendo” di farsi male: una forza incontrollabile lo spinge a ricadere nei vecchi schemi e a riproporli.
Abbandonare il vecchio “abito”, sebbene non funzionale e fonte di sofferenza, è, dunque, il punto di arrivo di una strada ardua, faticosa ed a tratti traumatica -al perseguimento della quale si oppongono forze inconsce- che rappresenta l’obiettivo finale del progetto terapeutico.
Per esemplificare quanto una terapia può essere utile nella riformulazione dello stile di vita e soprattutto nella modifica del proprio habitus operandi e vivendi portiamo alla vostra attenzione un caso clinico trattato nel corso del 2010.
Emil si presenta in un momento di forte scompenso esistenziale ed emotivo: da tempo soffre di forti attacchi di panico aggravati da pensieri rimuginatori ed ossessivi relativi alla morte ed alla sofferenza.
Emil è un ragazzo di 22 anni e ½ al momento della consultazione (1 anno e ½ fa), di media altezza, longilineo, viso da bambino incorniciato da capelli neri e bellissimi occhi azzurri oscurati da un’espressione di intensa sofferenza. Non ride, non riesce nemmeno a sorridere (a volte sì ma solo con la bocca) ed appare spaventato soprattutto dalla prospettiva di dover andare avanti così, senza poter modificare nulla.
Nel momento in cui inizia a raccontare la sua vita si percepisce che sotto un’apparente tranquillità (“ho avuto un’infanzia come tanti, niente di particolare, due genitori, due fratelli ma da un altro matrimonio di mia mamma….”) in realtà si celano già delle sofferenze e dei traumi (“mio fratello di mezzo è stato ucciso sotto casa con un colpo di pistola, io ero piccolo ma ricordo quella sera e soprattutto ricordo il periodo successivo e la reazione di mia mamma e di mio fratello maggiore….”,……. “avevo 6 o 7 anni quando andando al circo con mio padre mi sono avvicinato alle gabbie delle scimmie ed una di queste mi ha afferrato il braccio destro maciullandolo con i denti…”) e che lo stile di vita del soggetto si è orientato verso una modalità egodistonica, alla ricerca di soddisfazioni immediate e fugaci ma con possibilità di dare emozioni forti (“fin da ragazzino ho sempre avuto facilità ad entrare in relazione con gli altri ma mi sono affiancato a ragazzi che si sballavano, bevevano e si davano alla pazza gioia la sera per poi risvegliarmi con fortissime emicranie ed un senso di vuoto che non si placava fino a quando non ritornavo con loro in qualche locale o a fumarmi qualcosa da qualche parte per stordirmi totalmente”).
Finisce le superiori e si iscrive all’università ma in realtà, dopo un primo momento in cui frequenta ed inizia a dare gli esami (“sono sempre andato bene a scuola non perché studiassi ma perché mi bastava leggere una pagina per ricordarla perfettamente per cui sono stato facilitato anche nei primi esami all’università”) in seguito inizia a frequentare sempre più assiduamente il gruppetto di amici del paese, atteggiamento questo che lo porta ad avere tutte le ragazze che voleva, esperienze sessuali (numerose e soddisfacenti), ad avere possibilità di fumare canne ed impasticcarsi tutte le sere (ed anche di giorno), ad ubriacarsi di superalcolici ogni volta che usciva ma anche a casa, utilizzando i soldi che il padre mandava come mantenimento per fare tutto ciò che voleva e chiedendo al fratello maggiore i soldi per “vivere” (pagare l’affitto, mangiare, etc…). La situazione famigliare/affettiva all’atto della sua richiesta d’aiuto è la seguente:
- i genitori si erano separati anni prima e la madre è tornata in meridione, al paese d’origine: viene descritta come una donna molto affettiva, non tanto scolarizzata né totalmente integrata nel contesto in cui viveva prima (città del nord, con mentalità molto diversa dalla sua: “si era fatta davanti a casa un orticello e mio fratello si vergognava che tutti la vedessero vestita da contadina andare a ravanare nella terra….”). Emil è molto legato alla madre, le vuole molto bene, ma ogni volta che la vede e rimane un po’ di giorni con lei inizia a “patire”, sta male e gli vengono tutti i sintomi di quando va in attacco di panico e quella che lui definisce “paranoia”;
- il padre vive in un paese vicino a Torino, si è risposato (con una donna straniera con cui stava da anni) ma non è felice: secondo Emil si è sposato perché non riusciva a stare solo e lei lo ha obbligato ma non sono caratterialmente compatibili. Il rapporto con il padre è quasi inesistente: non hanno argomenti in comune, l’uomo non riesce a verbalizzare nulla con il figlio se non è quest’ultimo ad iniziare un argomento, è “strozzato” sui soldi perché la moglie non vuole che spenda soldi per il figlio che è già grande;
- il fratello maggiore è un uomo di successo, affermato nel suo lavoro, con famiglia e figli. Per Emil è un miraggio, molto distante e molto invidiato, soprattutto perché sembra sempre non aver tempo per lui;
- la ragazza che frequenta è fragile, bisognosa di attenzioni e tendenzialmente simbiotica con lui. Emil le vuole bene ma se capita di poter frequentare altre ragazze non si pone il problema.
Nell’anno successivo all’inizio del trattamento si sono verificati numerosi cambiamenti sia per quanto riguarda lo stile di vita che in campo sentimentale/affettivo.
La rivisitazione della propria storia, accompagnata ad un lavoro di smantellamento delle difese ed utilizzando anche un lavoro parallelo che Emil stava (e sta) portando avanti con una scuola di teatro per principianti hanno portato ad alcune importanti modifiche. Vediamole nel dettaglio:
- abbandono totale del fumo, in tutte le sue forme
- abbandono totale dell’utilizzo di pasticche varie
- abbandono totale del consumo di superalcolici e praticamente totale dell’uso di alcolici
- ripresa degli studi universitari a pieno regime (mancano attualmente 2 esami alla laurea)
- abbandono delle frequentazioni precedenti che lo portavano a seguire comportamenti non congeniali al benessere fisico e psicologico e creazione di nuove amicizie funzionali ad una crescita globale
- inizio di una storia affettiva importante con una coetanea di pari livello (ovvero intelligente, non bisognosa di “cure”, non simbiotica, propositiva, etc…)
- modifica della percezione relativa alla figura materna, intesa sempre come affettivamente importante ma considerata come figura che può cavarsela senza di lui e che va frequentata (per le sue caratteristiche personologiche) per brevi periodi nell’anno
- riavvicinamento con la figura paterna (per alcuni mesi ha anche vissuto a casa sua) ma benché ora il rapporto sia esistente non è possibile considerarlo di alto valore per le caratteristiche personologiche del padre stesso
- notevole riavvicinamento con il fratello, con il quale ha instaurato un rapporto “paritario”, affettivo, di condivisione di pensieri, sentimenti e progetti per il futuro (hanno avviato una piccola attività insieme che il fratello ha intestato a nome di Emil perché ora si fida che lui sia in grado di portare avanti qualcosa di importante e sappia prendersi le sue responsabilità)
- contatto con diversi medici per risolvere (almeno in parte, per quanto possibile) la propria menomazione al braccio destro con un’operazione per dovrebbe permettergli di avere una forma più lineare e meno “visibile”.
Ovviamente i sintomi da attacco di panico ed i pensieri ossessivi sono scomparsi: ogni tanto, soprattutto quando intraprende una nuova “conquista” (nel senso di riuscire a fare qualcosa su cu ha tanto lavorato psicologicamente e fattivamente) riappare qualche sensazione di fastidio e qualche pensiero rimuginatorio ma normalmente viene facilmente bloccato e scacciato definitivamente.